Vozinha, la nonnina che ha fermato la Spagna
Dalla terra battuta di Mindelo alla gloria contro la Spagna: la commovente storia di Vozinha, il portiere chiamato 'nonnina' che a 40 anni è diventato l'eroe di un'intera nazione.

C'era un uomo di quarant'anni che parava i palloni della Spagna ad Atlanta, e fino a quella sera non lo conosceva nessuno. Tenetela a mente, questa cosa, perché è da qui che parte tutto. Non dallo 0-0, non dalle sette parate, non dal premio di migliore in campo. Parte da un nome che la mattina del 15 giugno non diceva niente a nessuno e la sera la gridavano in mezzo mondo.
Si chiama Josimar José Évora Dias, ma lo chiamano Vozinha da quando era bambino. E qui c'è il primo colpo al cuore, perché Vozinha, in portoghese, non vuol dire "vocina" come verrebbe da pensare. Viene da avó, nonna. Vuol dire "nonnina". Glielo misero i nonni che lo crebbero a Mindelo, mentre il padre era sotto le armi e la madre lavorava da mattina a sera per tirare avanti. Ogni volta che da ragazzino si faceva male su un campo di terra battuta, correva a rifugiarsi tra le loro braccia. Da lì il soprannome. C'era pure chi glielo affibbiava per sfottò, dicevano che tra i pali si muoveva col ritmo di una vecchietta. Lui se l'è tenuto comunque. Quando in Angola, alla prima esperienza all'estero, gli proposero di cambiarlo perché c'era già un altro Josimar in squadra, rispose che no, a Capo Verde lo conoscevano tutti come Vozinha e Vozinha sarebbe rimasto. Sulla maglia, dovunque andasse.
E di posti dove andare ne ha visti tanti. La sua carriera è un atlante consumato dall'uso. Comincia in una squadretta della sua città, il Batuque. Poi l'Angola. Poi, a trent'anni passati, l'Europa di quelli che l'Europa la inseguono dalla porta di servizio: la Moldavia, dove nessuno sogna di andare e dove lui ci va lo stesso. E ancora il Portogallo di seconda fascia, Cipro, la Slovacchia, di nuovo il Portogallo, al Chaves, in serie B. Anni di pullman, di tribune mezze vuote, di stipendi che con i Mondiali non c'entrano niente. Oggi il suo cartellino, dicono i siti specializzati, varrebbe sì e no cinquantamila euro. Una cifra che fa quasi sorridere, accanto ai milioni che valeva ogni singolo spagnolo che gli ha tirato in porta quella sera.
Stava per smettere, sapete. Quarant'anni, le gambe che fanno quello che possono, una vita normale che lo aspettava. Sono stati i compagni a convincerlo a restare ancora un po'. E lui è rimasto. È rimasto fino alla notte in cui la Spagna campione d'Europa si è presentata davanti alla sua porta convinta di passeggiare, all'esordio assoluto di Capo Verde in un Mondiale. E lui ha detto di no. Una volta, due, sette volte ha detto di no. Sul colpo di testa di Oyarzabal salvato con un colpo di reni, sulle conclusioni di Ferran Torres, su tutto quello che gli arrivava addosso in una ripresa vissuta quasi sempre nella propria area. Migliore in campo. Il portiere più anziano a restare imbattuto al debutto iridato. Una nazionale alla sua prima partita della storia che guarda negli occhi una corazzata, e davanti a tutti c'è lui, il quarantenne che fino a poche ore prima nessuno sapeva nemmeno pronunciare.
Qui di solito si chiude dicendo che è una bella favola, che il calcio è bello per questo. Ed è vero. Ma c'è un dettaglio che a me ha spaccato il cuore più di tutte le parate messe insieme, e senza quello la storia resta soltanto carina, mentre è struggente.
Al fischio finale Vozinha è crollato in lacrime. E ha spiegato perché. Piangeva pensando ai nonni. Quelli che gli avevano dato quel nome, quelli che avevano fatto di tutto per lui, e che se ne sono andati qualche anno prima di poterlo vedere lassù. Pensateci: lo chiamavano "nonnina" da bambino, in onore loro, e adesso che di anni ne ha quaranta è diventato per davvero il nonno dello spogliatoio, il vecchio saggio degli Squali Blu. Il nome gli è calzato addosso fino in fondo. Solo che le due persone che glielo cucirono addosso, quel giorno, non c'erano.
E nemmeno sua madre. La donna che lo aveva messo al mondo e lavorato una vita per crescerlo, quel momento l'ha vissuto da lontano, dall'altra parte dell'oceano. Il visto per gli Stati Uniti non è arrivato in tempo, i soldi per averlo non bastavano. "Vorrei che fosse qui", ha detto lui. Tre parole, di quelle che si dicono e si dimenticano. Solo che lui le diceva sul serio.
Poi, certo, è arrivato il resto. Nel giro di una notte è passato da poche decine di migliaia di persone che lo seguivano a quasi cinque milioni. Più della popolazione intera di Capo Verde. Persino Pogba si è messo a scrivere sui social che quel portiere lì era una cosa da non credere. Il mondo si è accorto di lui tutto in una volta, dopo che lui era esistito per vent'anni senza che nessuno alzasse lo sguardo. La nonnina, di colpo, conosciuta ovunque. Ma non è quello il lieto fine, e non fatevelo raccontare così. Il punto è che lui c'era già prima. C'era sui pullman della Moldavia, c'era negli spogliatoi di Limassol, c'era nelle domeniche di una seconda divisione che non vede nessuno. Il mondo è arrivato tardi, come arriva sempre.
Io non lo so dove andrà Capo Verde in questo Mondiale, e a dirla tutta non m'importa più di tanto. Quello che so è che il 15 giugno, ad Atlanta, un uomo che si porta addosso il nome di una vecchietta ha tenuto inviolata la porta contro la Spagna a quarant'anni suonati, e le tre persone che avrebbero dovuto esserci più di chiunque altro le aveva tutte e tre lontane, due in cielo e una bloccata da un pezzo di carta. Se questa non è la cosa più bella e insieme più crudele che il pallone ci ha regalato in questo torneo, allora non so più cosa sia il calcio.
Resta, Vozinha. Resta ancora un po'. Tua madre, prima o poi, un modo per arrivare fin lassù lo trova.
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