Klopp, l'anti-calcio romantico: quando il gegenpressing cambiò il mondo
Dalla ferocia del contropressing alla rivoluzione tattica del Liverpool: Jürgen Klopp ha ridefinito il calcio moderno. Un'analisi profonda sul demiurgo del pallone e la sua eredità sportiva.

Oggi si discute molto di governance calcistica, si sollevano questioni sulla gestione federale dopo il recente intoppo (come rivelato da Il Napolista riguardo alle divergenze tra Malagò e Maldini sulla 'scelta condivisa'). Ma in un calcio che talvolta sembra impantanarsi nelle sue stesse logiche, è fondamentale ritornare all'essenza del gioco, a chi l'ha saputo interpretare e, in un certo senso, rivoluzionare. E se c'è un nome che risuona ancora con la forza di un tamburo, quello è Jürgen Klopp.
Il tecnico tedesco, come un demiurgo del pallone, ha scolpito intere squadre a sua immagine e somiglianza, partendo da un'idea semplice quanto brutale: non appena si perde il possesso, si attacca la palla con la ferocia di una squadra di 'cacciatori' (un concetto che Spielverlagerung definisce chiaramente come 'counterpressing' o 'Gegenpressing'). Non c'era spazio per il lamento, per la rassegnazione. La palla persa era il segnale per scatenare un'aggressione corale, volta a recuperarla nel più breve tempo possibile e, se possibile, in zone del campo vantaggiose per un'immediata transizione offensiva. Il suo 4-3-3 a tratti mutava in un 4-2-3-1, con esterni alti pronti a stringere per creare superiorità in mezzo, e i terzini a spingere sull'esterno, formando delle vere e proprie catene laterali. I mezzali erano i motori instancabili, capaci di inserirsi senza palla negli spazi di mezzo, supportando l'attacco e coprendo le spalle alla difesa.
Prendiamo ad esempio il suo Liverpool dei giorni migliori. Contro squadre bloccate come l'Atletico Madrid di Simeone, Klopp schierava un tridente d'attacco con Salah, Firmino (o Jota) e Mané, con quest'ultimo, come sottolineato da Breaking the Lines, fondamentale nel pressing, capace di vincere duelli e avviare azioni pericolose, prima del suo ritiro dalla nazionale, mentre Wijnaldum e Henderson agivano da box-to-box infaticabili. La costruzione dal basso era un mantra: la difesa non doveva buttare mai il pallone, ma cercava sempre il passaggio corto o medio per risalire il campo, con i centrali che spesso si aprivano per creare linee di passaggio e il portiere (Alisson, un vero specialista) capace di impostare il gioco. Il pressing alto, a uomo per zona, era asfissiante: l'obiettivo era chiudere le linee di passaggio all'avversario già dalla sua trequarti, forzandolo all'errore o al lancio lungo preda della difesa.
Le transizioni erano il cuore pulsante del suo gioco. Una volta riconquistata palla, la verticalizzazione era immediata, mirata a raggiungere la porta avversaria in pochi passaggi. Ma non era solo pura corsa: i movimenti senza palla erano coreografici, con i giocatori che si muovevano per creare spazi, per ricevere in condizioni ottimali di tiro (la 'shot location', un concetto chiave per l'efficacia offensiva, come spiegato da Spielverlagerung, non era lasciata al caso). In fase difensiva, oltre al gegenpressing, era fondamentale la 'cover shadow', l'abilità dei giocatori di coprire le linee di passaggio usando l'ombra corporea per indirizzare l'avversario dove volevano (altra perla strategica di Spielverlagerung). Anche i calci piazzati erano un'arma, con schemi studiati per beffare la marcatura e massimizzare le occasioni, spesso con blocchi e finte per liberare il colpitore migliore. Del resto, ogni dettaglio era curato maniacalmente, come dimostra anche la cura per il posizionamento dei giocatori in area, tema di approfondimento di Gazzetta quando si parla di dinamiche di gioco.
Ma anche un genio come Klopp aveva i suoi punti deboli. Squadre capaci di uscire dal pressing con passaggi rapidi e precisi, oppure quelle che si chiudevano ermeticamente, con una fase difensiva impeccabile e ripartenze fulminee, potevano metterlo in difficoltà. Ricordo un match contro il Manchester City di Guardiola, con il City che, pur soffrendo l'intensità del pressing, riuscì a trovare spazi tra le maglie strette del Liverpool con giocate di fino, sfruttando la superiorità tecnica dei suoi palleggiatori a centrocampo per eludere la prima pressione e poi attaccare l'ampiezza, costringendo i terzini a scelte difficili. Era un calcio di rara bellezza, un duello ideologico tra due visioni agli antipodi, ma entrambe vincenti nel loro approccio.
Oggi, in un calcio che ha visto anche la fine di una pandemia che ha cambiato tutto, come raccontato da Wikipedia su come è stata gestita l'emergenza in Italia, la ricerca dell'innovazione tattica non si ferma. L'eredità di Klopp è visibile in molti allenatori emergenti che cercano di replicare la sua intensità, la sua capacità di trasformare l'aggressività e la transizione in armi letali. Resta la sensazione che, in fondo, avere un'idea chiara e portarla avanti con convinzione, anche a costo di sbagliare, sia l'unica strada possibile per lasciare un'impronta nel calcio che conta.
Raffaele S.
Fonti: ilnapolista.it · spielverlagerung.com · spielverlagerung.com · spielverlagerung.com · breakingthelines.com · gazzetta.it · Wikipedia
Commenti
Caricamento…