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Storia

Quell'86/87, l'anno che ci cambiò: quando il sogno divenne realtà

A trentanove anni di distanza, il ricordo del primo scudetto del Napoli, spinto dal genio di Maradona, resta indelebile e ci richiama a un calcio romantico e irripetibile.

Raffaele S. · 27 luglio 2026
Quell'86/87, l'anno che ci cambiò: quando il sogno divenne realtà

Oggi, ventisette luglio duemilaventisei, con il mercato estivo in pieno fermento e le prime amichevoli che disegnano un Napoli ancora in costruzione, è quasi inevitabile guardare al passato, a quelle annate magiche che hanno scolpito la storia di questa maglia. E tra tutte, una su tutte brilla come il diamante più puro: l'indimenticabile stagione 1986/87. Non è semplice rievocare quel periodo senza cadere nella retorica, ma è un esercizio necessario per chi ama questi colori, per comprendere da dove veniamo e quanta strada è stata fatta, fino ai recenti successi che, secondo Il Napolista, hanno portato Di Lorenzo a emulare, seppur con tempistiche diverse, i trionfi di Maradona. Quel primo scudetto non fu solo la vittoria di un campionato, fu una vera e propria rivoluzione sociale, una liberazione, come testimoniato dalle piazze in festa che, anche negli anni Novanta, furono descritte come spontanee e genuine, senza gli eccessi organizzati che a volte vediamo oggi.

Era un'epoca diversa, un calcio diverso, meno tattico forse, ma infinitamente più passionale. Non c'era ancora chi coniava termini come "parcheggiare il pullman", come ricorda Il Napolista riferendosi a Mourinho, o il "tiki-taka" destinato a deridere un certo tipo di gioco. C'era un'idea di calcio fatta di genio e sregolatezza. Il Napoli, allora, non era soltanto Maradona, per quanto la sua figura fosse centrale. Certo, era il simbolo assoluto, come sottolinea il Corriere dello Sport, ma attorno a lui girava una galassia di talenti come Careca e Giordano, capaci di formare un tandem offensivo micidiale. Si parlava anche del "primo incubo di Galeone" in una leggendaria partita contro il Pescara, ricordata ancora oggi per le sue sei marcature diverse, un'orgia di gol, come si legge su Il Napolista.

La squadra di quel periodo era un concentrato di carattere e tecnica, con giocatori che si fondevano in un'unica identità. Tarcisio Burgnich, per esempio, un altro dei protagonisti di quegli anni, descriveva quell'annata come ricca di soddisfazioni, come riporta la Gazzetta. Nonostante l'attenzione mediatica si concentrasse spesso e volentieri sul Pibe de Oro, era un collettivo forte, che molti forse sottovalutano ancora oggi, considerandolo un Napoli "monodipendente", una narrazione che AreaNapoli.it ha più volte smentito. Quei ragazzi diedero tutto, trascinati da un pubblico che viveva ogni partita come una finale, con un'intensità emotiva che è difficile da replicare.

Le attuali polemiche, le discussioni sull'andamento della squadra negli ultimi due-tre anni – un periodo in cui il Napoli, come ricorda la Gazzetta, ha ritrovato la Champions League dopo anni di Europa League – sembrano lontane anni luce da quell'atmosfera. Oggi si parla di cifre, di clausole, dei dribbling di Kvaratskhelia, che pur con il suo talento cristallino, è tornato con una sola medaglia dopo due campionati, come riporta la Gazzetta. Allora c'era solo la fame di vittoria, il desiderio di sovvertire un ordine prestabilito, di dimostrare al mondo che anche il Sud poteva trionfare.

Il confronto tra il Napoli del 1986/87 e quello del 1989/90, come analizzato dal Corriere dello Sport, vede prevalere l'allegria del primo, la gioia della scoperta, la purezza di un sogno che si avverava. Era il Napoli che incantava e dava spettacolo, con Careca e Maradona funamboli, protagonisti di partite memorabili, anche contro avversari meno blasonati come il Chievo, come racconta Il Napolista in un amarcord dedicato a Sorrentino.

Ricordare quel primo scudetto, in un giorno come questo, significa cogliere l'essenza di un calcio che non tornerà, di un momento storico che ha definito l'identità di una città. Non è pura nostalgia fine a sé stessa, ma la consapevolezza che certe emozioni restano un faro, un punto di riferimento per guardare con speranza anche alle sfide future. Dopo più di trent'anni, quel ricordo è ancora vivo, pulsante, e continua a emozionare ogni tifoso, forse ora più che mai, in un calcio che a volte sembra aver perso una parte della sua anima.

Raffaele S.


Fonti: Gazzetta dello Sport · Gazzetta dello Sport · Gazzetta dello Sport · Il Napolista · Il Napolista · Corriere dello Sport · Corriere dello Sport · Il Napolista

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