Stasera il mondo si ferma
Napoli 1926 analizza la storica finale tra Spagna e Argentina: l'ultimo ballo di Messi contro il prodigio Yamal. Un duello tra generazioni in un match che ferma il mondo intero.

Ci arriviamo qui, a questa domenica di luglio, con la pelle d'oca ancora prima del fischio. Spagna e Argentina, stasera alle nove ora nostra, dentro quello stadione di New York che chiamano MetLife, ottantamila anime e mezzo mondo davanti alla televisione. Il campione d'Europa contro il campione del Sudamerica. Non era mai successo, sapete? Mai una finale mondiale tra questi due. Un solo precedente vecchio come me, nel girone del '66 in Inghilterra, quando l'Argentina vinse 2 a 1. Poi più niente, fino a stasera.
E lasciatemelo dire subito, perché è la cosa che mi scalda il cuore. Stasera in campo c'è Messi. Trentanove anni, l'ultima partita mondiale della sua vita, otto gol in questo torneo e ancora quella faccia da ragazzino che sa fare le magie quando meno te l'aspetti. Dall'altra parte c'è un guaglione di diciannove anni, Lamine Yamal, che gioca dove giocava lui, al Barcellona, con la maglia numero dieci sulle spalle. Il vecchio maestro e il bambino prodigio, faccia a faccia per la prima volta. Se il pallone ha un senso, un motivo, una poesia, è tutta racchiusa qui. Il tramonto di uno e l'alba dell'altro, sullo stesso prato.
Ma non facciamoci ingannare, che le partite non le vincono i manifesti. Il duello vero, quello sporco, si gioca in mezzo al campo. La Spagna ha Rodri che ferma tutto e comanda il pallone, ha Fabián Ruiz a dettare i tempi, quel giro-giro di palla che loro chiamano tiki-taka, nato ai tempi di Guardiola proprio con Messi dentro, guarda un po' come gira la ruota. L'Argentina risponde con i suoi tre mediani — Enzo Fernández, Mac Allister, Paredes — che i giornali di là chiamano le guardie del corpo, perché il loro mestiere è proteggere il vecchio e rompere il ritmo con i falletti, quei calcetti piccoli che spezzano la musica dell'avversario. Chi vince lì in mezzo, ragazzi, alza la coppa.
E poi c'è una cosa che l'Argentina sa fare come nessuno, in questo torneo: morire e resuscitare. Sotto con Capo Verde, la ribaltano. Sotto 0-2 con l'Egitto fino al minuto settantanove, la ribaltano in tredici minuti. Sotto con l'Inghilterra in semifinale, e la vincono con quella zuccata di Lautaro su cross di Messi. Sono i re della rimonta, questi qui. La Spagna dovrà tenere i nervi saldi non per un'ora, ma per tutti e novanta i minuti, perché è negli ultimi respiri che l'Albiceleste ti mette le mani alla gola.
Volete sapere come tifa il mondo? Ve lo dico con onestà. I bookmaker danno favorita la Spagna, un 58 contro 42, e i giornalisti inglesi e americani quasi tutti scommettono sulla Roja. Ma il cuore è un'altra faccenda. Dentro lo stadio saranno quasi tutti per l'Argentina, novanta per cento del pubblico per Messi, perché quando un uomo gioca la sua ultima partita da queste parti, la gente vuole vedergli baciare la coppa. Fuori dallo stadio, invece, la storia si complica. Ho letto una cosa curiosa: in America molti latini, i messicani, i sudamericani degli altri Paesi, stasera tiferanno contro l'Argentina. Perché? Perché l'Argentina è la potenza da abbattere, quella che tutti amano odiare, come il Napoli quando vinceva e faceva rabbia al Nord. Uno ha scritto che tiferà perfino Spagna, il Paese che colonizzò il suo, pur di non veder vincere ancora l'Albiceleste. Il calcio, ragazzi, è pieno di questi amori storti.
I giornali di casa nostra, e quelli spagnoli e argentini, la vendono tutti allo stesso modo: la finale dei record, la sfida perfetta, il numero uno del mondo contro i campioni in carica. L'Argentina cerca il quarto titolo e il bis dopo il Qatar — ci sono riusciti solo l'Italia e il Brasile, a vincere due Mondiali di fila. La Spagna vuole la seconda stella dopo il 2010, il gol di Iniesta in Sudafrica, e vuole spezzare quella maledizione: nessuna europea ha mai vinto un Mondiale fuori dall'Europa, tranne la Germania nel 2014.
Io stasera mi siedo, mi verso qualcosa di buono, e guardo. Perché una partita così non si spiega, si vive. Il vecchio che saluta e il bambino che comincia, dentro la stessa notte.
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