Napoli, e il modo silenzioso di dire addio a chi conosce troppo

Ci sono due modi per interrompere un rapporto di lavoro. Il primo è una comunicazione formale, con date e motivazioni. Il secondo è più sbrigativo: non far entrare più la persona. E a Castel Volturno, negli ultimi giorni, sembra aver prevalso il secondo.
Raffaele Canonico, responsabile dell'area medica del Napoli dal 2019 e parte dello staff sanitario da ventidue anni, non fa più parte del club. La notizia, riportata da Il Mattino e ripresa dalle principali testate cittadine, è stata confezionata con la prosa rassicurante che accompagna sempre questo tipo di separazioni: nessun collegamento con l'arrivo di Massimiliano Allegri, semplicemente "la naturale conclusione di un ciclo". Al suo posto, per continuità interna, sale il suo storico vice Gennaro De Luca, affiancato da Angelo Gioffredi, proveniente dal settore giovanile.
Fin qui il comunicato. Poi c'è il dettaglio che il comunicato non contiene, e che vale l'intera storia: secondo Il Roma, Canonico aveva ancora tre anni di contratto e, presentatosi al centro sportivo poco prima del raduno, non sarebbe riuscito a entrare. Un uomo con un accordo valido, ventidue anni di anzianità, lasciato fuori dal cancello. Nessuna lettera. Solo un badge che smette di funzionare.
La versione ufficiale parla di "fine di un ciclo". La versione che circola negli ambienti vicini alla società è meno diplomatica: Canonico sarebbe stato messo in discussione dopo una stagione segnata da un numero anomalo di infortuni. È la spiegazione più comoda che esista. Un club che investe cifre importanti e poi trascorre l'annata a rincorrere stiramenti e affaticamenti muscolari ha bisogno di un nome su cui far convergere le responsabilità. Il medico è quasi sempre quel nome. Non è lui a decidere i carichi di lavoro, non è lui a comporre la rosa, ma la firma sui referti è la sua, ed è la più facile da isolare.
Il punto interessante non è il singolo caso. È il metodo. Perché una scena molto simile il Napoli l'ha già messa in scena, meno di un anno fa, con protagonista un'altra figura storica dell'ambiente.
Agosto 2025. Daniele "Decibel" Bellini, quindici anni allo speaker del Maradona, la voce dei due scudetti, quello del "sono le 22 e 37 del 4 maggio" che parte della città si è tatuata addosso, viene messo alla porta con un comunicato improvviso. La direzione artistica del matchday passa alla Golden Boys, la società dei fratelli Palumbo — uno dei due è Geolier — e Bellini si ritrova fuori senza spiegazioni pubbliche. "Ho fatto sempre il massimo, a volte non basta", scrive sui social, cancellando la parola speaker dalla propria biografia.
Stessa dinamica: decisione dall'alto, nessun confronto pubblico, ringraziamento istituzionale allegato a posteriori. La differenza, decisiva, sta in ciò che accadde dopo. La piazza si ribellò, Geolier rifiutò pubblicamente la partnership pur di non passare per il responsabile dell'estromissione e chiese il reintegro dello speaker, e il club fece marcia indietro in quarantott'ore. Oggi Bellini è ancora al suo posto: è in programma che presenti la squadra nel ritiro di Dimaro il 26 luglio.
Ed è qui che i due episodi, letti uno accanto all'altro, diventano istruttivi. Il meccanismo di uscita è identico. Cambia soltanto il grado di resistenza che incontra. Bellini è tornato perché aveva dalla sua una tifoseria mobilitata e un artista da milioni di follower schierato apertamente. Canonico, che di mestiere fa il medico e non riempie le curve di cori, non ha avuto nessuna piazza a difenderlo. Nessuno si tatua il nome del responsabile dell'area medica.
Attenzione a non forzare la mano: non ci sono elementi per sostenere che dietro le due vicende ci sia una regia unica, né che Allegri abbia chiesto la testa di Canonico — la società, anzi, lo nega esplicitamente. Chi lo presenta come una certezza sta vendendo un'ipotesi al prezzo di un fatto. Quello che i due casi mostrano, invece, è un tratto ricorrente nel modo in cui questo club gestisce le uscite delle proprie figure di lungo corso: chi è dentro da troppo tempo, chi ha maturato un'identità pubblica autonoma rispetto alla proprietà, prima o poi diventa una posizione da chiudere. E la chiusura, quando arriva, tende a non passare mai per un confronto diretto. Passa per un cancello che non si apre.
Bellini l'ha evitata grazie a una città che ha alzato la voce. Canonico no.
Vale la pena tenerlo a mente la prossima volta che si legge l'espressione "fine di un ciclo". Perché i cicli, di norma, non si concludono per conto proprio. Qualcuno decide di chiuderli. E il modo in cui vengono chiusi racconta, quasi sempre, più di quanto non faccia il comunicato che li annuncia.
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