Napoli e il mare, cent'anni dopo
Nel 2027 l'America's Cup arriva nel golfo di Napoli. Tra Bagnoli e Posillipo, la città si prepara a ospitare il trofeo velico più antico del mondo, legando la sua storia secolare al grande mare.

Nel 1926 nasceva la squadra del cuore di una città intera. Nel 2027, davanti a Posillipo, si deciderà il trofeo sportivo più antico del mondo. Due ricorrenze che non hanno nulla in comune, se non un dettaglio che vale più di una coincidenza: entrambe parlano di Napoli e del suo modo di stare al mondo. La storia dell'America's Cup comincia nel 1851. Una goletta americana che si chiamava America attraversa l'oceano, va a correre attorno all'Isola di Wight, in casa degli inglesi, contro le loro barche migliori, e le batte tutte. Da lì il trofeo prende il nome dalla barca — non dal paese, dalla barca — e diventa la Auld Mug, la Vecchia Brocca. Centotrentadue anni di dominio americano, la striscia vincente più lunga che lo sport ricordi, fino al 1983, quando arrivarono gli australiani a portarla via. E proprio nel 1983 l'Italia si affacciò per la prima volta a quella competizione, con Azzurra. Da allora ci si è provato in molti modi: il Moro di Venezia, Mascalzone Latino, e da ultimo Luna Rossa. Mai vinta. Mai una volta. È la coppa che sfugge, da sempre. Ora arriva a Napoli. Per la prima volta in 174 anni di storia la Coppa si correrà in Italia, tra Castel dell'Ovo e Posillipo, con le basi dei team a Bagnoli. A Bagnoli, dove c'era l'Italsider, dove per decenni il mare è stato guardato come una promessa tradita. Quel posto lì diventa il cuore tecnico dell'evento velico più importante del pianeta. Già solo questo, per chi conosce le stagioni di quella terra, vale un articolo intero. Ma le cose vanno guardate da tutti i lati, e di ombre ce ne sono. Questa Coppa è arrivata a Napoli anche perché qualcuno ha rinunciato. I neozelandesi, che l'avevano vinta, avrebbero avuto il diritto di difenderla a casa loro, ad Auckland. Hanno preferito spostarsi in Europa per ragioni economiche, esattamente come già a Barcellona nel 2024. Il detentore che non difende il titolo in casa propria perché in casa propria non rende abbastanza: una scelta che lascia perplessi. Eppure è proprio quella rinuncia ad aver aperto una porta, e dalla porta è entrata Napoli. Le occasioni, nella vita come nello sport, spesso arrivano dalle rinunce degli altri. Poi c'è una faccenda di regole nuove che ha fatto discutere, e tocca un nervo che a Napoli si conosce bene. Per centosettantaquattro anni chi vinceva la Coppa decideva tutto: le regole, la sede, il calendario, e se li cuciva addosso come un vestito su misura. Il vincitore era il padrone. Adesso è cambiato: è nata una società di gestione con un consiglio dove ogni squadra pesa uguale e un dirigente indipendente al comando, e la Coppa avrà cadenza ogni due anni, tornando a Napoli anche nel 2029 a prescindere da chi vince. Non è una questione con risposte facili. C'è chi parla di rivoluzione sacrosanta, basta col padrone che fa il bello e il cattivo tempo. E c'è chi invece, non senza ragione, osserva che così si snatura un evento che da sempre ruotava attorno alla figura del detentore, e gli si toglie qualcosa dell'anima. Un giornale autorevole l'ha scritto chiaro: la voglia di trasformare questa Coppa in un circuito permanente è in qualche modo contro la sua stessa natura e la sua leggenda. Una cosa antica che cambia pelle mette sempre un brivido. E poi i soldi, che alla fine in ogni storia ci sono. È stato fissato un tetto di spesa a 75 milioni e il divieto di costruire scafi nuovi: una regola giusta, pensata per contenere gli sprechi. Peccato che si dica che proprio il piano di Luna Rossa per vincere sforerebbe quel budget. Il paradosso è servito: il padrone di casa, quello che dovrebbe avere più voglia di tutti di alzare quella brocca davanti alla sua gente, è frenato dalle stesse regole pensate per salvare la festa. C'è però una parte bella, e va raccontata fino in fondo. Luna Rossa correrà in casa. A vent'anni dalla prima volta italiana, a Valencia nel 2007, il team di Prada è chiamato a vincere davanti al proprio pubblico. E per provarci ha messo a segno un colpo che a Napoli si sognano: ha preso Peter Burling, il timoniere neozelandese che le ultime tre Coppe le ha vinte tutte. Hanno preso l'avversario più forte e se lo sono messo in barca. È come prendersi il campione della squadra rivale proprio l'anno in cui ci si gioca tutto in casa. Tre vittorie da timoniere, un oro olimpico: uno dei pochissimi nella storia a riuscirci. C'è anche un dettaglio che ha del romanzesco. All'inizio le regole sulla nazionalità rischiavano di impedire a Burling di salire addirittura in barca; poi il protocollo è stato modificato per permettere due stranieri su cinque a bordo, e così è stato sbloccato. Si prende il fenomeno, si scopre che forse non può nemmeno regatare, e gli si cambiano le regole intorno. E poi c'è il passaggio di consegne tra generazioni, che è la cosa più napoletana che esista, perché qui la passione si tramanda di padre in figlio come una reliquia. Luna Rossa si presenta con due scafi: su uno il maestro Burling insieme a Ruggero Tita, due volte oro olimpico; sull'altro un equipaggio giovane, con Marco Gradoni, ragazzo che chiamano predestinato, e Margherita Porro. Le regole nuove impongono una donna a bordo di ogni equipaggio, e le barche sono cambiate: cinque velisti invece di otto, le batterie al posto degli uomini che un tempo pedalavano per dare energia. Il vecchio che insegna, i giovani che spingono. Ecco perché il 1926 e il 2027, in fondo, si parlano. Una città che cento anni fa si è messa in testa di avere una squadra di calcio e l'ha portata fino in cima al mondo, e che oggi si ritrova a ospitare la regata più antica e nobile che esista, proprio nel suo golfo, davanti a Capri, con il Vesuvio a fare da sfondo come fa da sempre con tutte le cose di questa terra, belle e brutte. Napoli è una città di mare che troppe volte se ne dimentica. Il Posillipo e la Canottieri fanno pallanuoto da un secolo a poche bracciate da dove correranno quelle barche volanti, e quasi nessuno ci pensa. Nessuno sa se Luna Rossa vincerà. La vela è capricciosa, dipende dal vento, e il vento non lo comanda nessuno, nemmeno i milioni. Ma vedere quelle vele nel golfo, l'anno dopo il centenario, sarà una di quelle cose che restano. Perché certe volte non è importante vincere. È importante esserci. E Napoli, stavolta, c'è.
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