Mágico, o l'uomo che poteva essere il più grande e scelse di essere felice
Dalle parole di Maradona alla scelta romantica di Cadice: la vita di Jorge Mágico González, il calciatore che preferì la libertà ai trofei, raccontata da Napoli 1926.

Diego Armando Maradona, che di queste cose se ne intendeva, lo disse una volta senza ridere: "Io vengo dal pianeta Terra, lui viene da un'altra galassia. C'è un solo giocatore più forte di me, ed è un salvadoregno che gioca nel Cádiz." Partiamo da qui, perché quando il più grande di tutti ti indica come l'unico davanti a lui, di solito segue una carriera di Palloni d'Oro, di stadi pieni, di milioni. E invece Jorge Alberto González Barillas, detto Mágico, ha finito i suoi giorni da calciatore guidando un taxi per le strade di San Salvador. Tutta la sua storia sta in questa distanza qui: tra ciò che poteva essere e ciò che ha scelto di essere.
Nasce nel 1958 a San Salvador, ultimo di otto figli, l'unico a fare del pallone un mestiere. Un ragazzino gracile, spalle strette, capelli lunghi, niente che faccia pensare a un predestinato. Poi però tocca la palla, e tutto cambia. Nel 1975 debutta tra i professionisti con l'ANTEL, e dopo una prestazione straordinaria un telecronista, rimasto senza parole, ricorre a un'immagine sola: magia. Da quel momento è Mágico, un soprannome che non lo abbandonerà più.
Il mondo si accorge di lui ai Mondiali di Spagna del 1982. La sua nazionale viene eliminata subito e subisce la storica batosta per 10-1 contro l'Ungheria, ma i suoi dribbling surreali e la sua tecnica catturano gli occhi degli osservatori europei. Un genio che esce di scena dalla porta di servizio di una delle disfatte più clamorose della storia del torneo. È già tutto lui, in fondo: la grandezza e il disastro nello stesso fotogramma.
E qui comincia la parte che fa innamorare. Su di lui si muovono mezza Europa: Fiorentina, Inter, il Paris Saint-Germain, che dopo un'amichevole persa 3-1 contro El Salvador è pronto a fargli firmare il contratto. Ma Gonzalez all'appuntamento per la firma, semplicemente, non si presenta. Sceglie il Cádiz. Una squadra piccola, lontana dai riflettori, di una città di mare in Andalusia. Non cerca la gloria. Cerca il posto dove stare bene. E a Cadice lo trova: il clima, il pesce fritto, il flamenco, le notti che non finiscono mai. Diventa amico di Camarón de la Isla, il più grande cantaor di tutti i tempi. Due geni della stessa pasta, due fuoriclasse capaci di incantare le folle e poi sparire nella notte. A Cadice Mágico può essere semplicemente sé stesso, e tanto gli basta.
Il Barcellona ci prova davvero, sapete. Durante una tournée americana del Barça di Maradona e Menotti lo portano in ritiro per convincerlo. E qui c'è l'aneddoto che lo racconta meglio di mille partite. È notte fonda quando scatta l'allarme antincendio dell'albergo. In pochi istanti sono tutti nella hall, tutti tranne uno. Un dirigente e un dipendente salgono a bussare alla sua porta, ancora chiusa dall'interno. Dopo qualche secondo Gonzalez apre, in boxer, e dietro di lui, sul letto, c'è una ragazza. Fine del Barcellona, prima ancora di cominciare. Sarebbe tornato a Cadice, dove lo adoravano e dove lui era felice.
Persino con l'Atalanta andò così. Informatosi sul clima di Bergamo e sull'assenza di una buona frittura di pesce, giocò apposta male la partita con gli osservatori della Dea sugli spalti, e fece saltare tutto. Capite il personaggio? Non è uno che sbaglia le occasioni. È uno che le rifiuta, con metodo, una dopo l'altra, perché sa benissimo cosa vuole dalla vita, e non è quello che vogliamo noi per lui.
C'era anche il vezzo, quello che lo ha consegnato al mito. Giocava ogni singola partita con una piuma bianca infilata nel calzettone. "Mi serve per sentirmi più leggero, per volare sopra i difensori e non farmi sentire quando arrivo."
E i soldi? I soldi non gli interessavano. Era tale la sua avversione per il denaro che spesso a Cadice si dimenticava perfino di andare a ritirare lo stipendio. Quando la società provò a punire la sua indisciplina toccandogli il portafogli, le multe del solo 1989 arrivarono a novanta milioni di pesetas. Lui, niente. Non gli importava. "Non voglio vivere il calcio come un lavoro," diceva. "Gioco solo per divertirmi."
Lasciò la Spagna nel 1991 per tornare a casa, al suo FAS, e lì continuò a giocare per anni e anni, ufficialmente fino a quarantadue anni. Poi la vita semplice, modesta, di un uomo che si è ritrovato a guidare un taxi per sbarcare il lunario. Lo stesso uomo che avrebbe potuto vestire le maglie più prestigiose d'Europa. E qui, lo confesso, mi viene da fare il moralista. Mi viene da pensare: che spreco. Tutto quel talento, la galassia di cui parlava Diego, buttato via per qualche notte di flamenco e una frittura di pesce. Quante volte, davanti a un campione che si rovina, abbiamo scosso la testa pensando a quello che poteva diventare.
Però poi mi fermo, e mi tocca darmi torto da solo. Perché chi l'ha detto che diventare il più ricco e il più famoso sia l'unico modo di non sprecarsi? Mágico ha fatto esattamente quello che voleva. Non ha mai considerato il pallone un mestiere, l'ha sempre giocato con lo stesso spirito di un bambino a Colonia Luz, il suo quartiere, dove diceva sempre di voler tornare a giocare con gli amici. Forse lo spreco è il nostro, che misuriamo le vite altrui col metro dei trofei e degli ingaggi. Lui no. Lui ha scelto la felicità prima dell'ambizione, e ci è riuscito. Quanti, tra i fenomeni che hanno vinto tutto, possono dire lo stesso?
Oggi a San Salvador c'è uno stadio, lo Estadio Nacional Jorge "Mágico" González, un colosso azzurro che svetta sopra le case basse del centro. È il monumento a un uomo che il calcio l'ha posseduto come pochi, e che proprio per questo ha potuto permettersi il lusso di non prenderlo sul serio. A Cadice non l'hanno dimenticato, mai: solo qualche tempo fa il presidente del club è volato di persona fino a San Salvador per convincerlo a tornare. Perché certi amori non finiscono quando finisce la carriera.
Maradona venne dalla Terra e fece tremare il mondo. Mágico venne da un'altra galassia, e preferì restarci. Con una piuma bianca nel calzino, per volare leggero, e non farsi sentire quando arrivava.
Commenti
Caricamento…