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Editoriale

Lo scudetto dei bilanci: il modello Napoli vent'anni dopo, tra una cassa che fa invidia all'Europa e uno stadio che ci tiene piccoli

Dalla rinascita del 2004 ai 174 milioni in cassa: vent'anni di Napoli tra solidità finanziaria record in Italia, il boom dello Scudetto e le sfide di un fatturato limitato dallo stadio.

Raffaele S. · 21 giugno 2026
Lo scudetto dei bilanci: il modello Napoli vent'anni dopo, tra una cassa che fa invidia all'Europa e uno stadio che ci tiene piccoli

Partiamo da un numero che farà arricciare il naso ai puristi del pallone: tra il 2005 e il 2025 il Napoli ha fatturato qualcosa come quattro miliardi di euro, e di quei quattro miliardi circa 1,3 miliardi — quasi un terzo del totale — sono arrivati da due sole voci: plusvalenze e premi UEFA. Tenetevi questo dato, perché è la chiave di lettura di tutto. Il Napoli di De Laurentiis non è un club che fa soldi vendendo biglietti e magliette come il Bayern. È un club che fa soldi comprando ragazzi a poco, facendoli diventare fenomeni, e rivendendoli a tanto, con la Champions League a fare da moltiplicatore quando va bene. Chi questo modello lo chiama con disprezzo "lo scudetto dei bilanci" non ha capito niente. Ma chi lo idolatra come perfetto, idem. Il punto di partenza, perché senza memoria non si capisce il presente. Il 2 agosto 2004 il tribunale fallimentare di Napoli chiude i conti del vecchio Calcio Napoli con un fardello di 64 milioni di debiti. De Laurentiis compra il titolo sportivo dal curatore per circa 31 milioni, soldi che, attenzione, prese in prestito da UniCredit e che restituì interamente nel giro di tre esercizi. Questo è il primo mattone della filosofia ADL e va detto chiaro: prima ancora di vincere, l'uomo ha dimostrato di saper restituire i debiti. In vent'anni di gestione, su venti bilanci ne ha chiusi dodici in utile e otto in rosso, con la perdita peggiore — 58 milioni — nel 2021 del post-Covid e l'utile record — 79,7 milioni — nel 2023 dello scudetto, il migliore di tutta la storia della Serie A. Non un dividendo staccato in vent'anni: gli utili sono sempre rimasti dentro il club. Questo è il fatto, e da tifoso onesto lo metto in cima. La forza vera, e dove sta davvero. La forza del Napoli non è il fatturato. Il fatturato, anzi, è il suo limite, ci arrivo. La forza è la solidità patrimoniale, ed è qui che il club è un alieno nel panorama italiano. Nell'ultimo bilancio chiuso, quello al 30 giugno 2025, il Napoli registra una posizione finanziaria netta positiva di 137 milioni. Positiva. Cioè ha più cassa che debiti. Per capire cosa significhi, basta guardare gli altri tre bilanci che contano: la PFN dell'Inter è a -279,7 milioni, quella della Juventus a -280,2, quella del Milan a -92,6. Il Napoli ha disponibilità liquide per 174,4 milioni, zero debiti verso i soci, zero obbligazioni. De Laurentiis, dopo la perdita del 2024/25, non ha dovuto mettere un euro di tasca propria per ricapitalizzare. Le big del nord ricapitalizzano, emettono bond, hanno proprietà che compensano i rossi. Il Napoli si autofinanzia. Questa, signori, è la differenza tra possedere un club e gestire un'azienda. E qui faccio la mia battaglia controcorrente: il famoso "tesoretto" di cui si parla sempre come se fosse un'ossessione avara del presidente, in realtà è esattamente ciò che ha permesso a questo Napoli di esistere. Senza la riserva di liquidità accumulata negli anni d'oro, dopo l'esclusione dalle coppe non sarebbe stato possibile ripartire come si è fatto con Conte, il tecnico più pagato della Serie A, e con i 35 milioni per Buongiorno. Il tesoretto non è un fine, è la benzina di riserva. Chi lo dimentica, parla a vanvera. I due bilanci recenti, perché raccontano due Napoli diversi. Il 2023/24, l'anno dei tre allenatori e del decimo posto in campo, è stato in realtà un capolavoro contabile: utile di 63 milioni, fatturato a 328,2 milioni, con i diritti TV a quota 142,2 milioni grazie alla Champions e le plusvalenze a 70,7 milioni, quelle, per intenderci, di Kim al Bayern, Elmas al Lipsia e Lozano al PSV. Squadra disastrosa sul prato, conti splendidi. È il paradosso ADL nella sua forma più pura. Poi arriva il 2024/25, e qui il modello mostra il suo unico vero punto debole strutturale. Primo anno senza coppe europee, e il bilancio chiude con una perdita di 21,4 milioni dopo l'utile di 63 dell'anno prima. Cosa è successo? È crollata di colpo la gamba UEFA dei ricavi: i proventi televisivi dalla UEFA sono passati da 70,1 a 3,9 milioni, un buco di 66,2 milioni. Tradotto: senza Champions, il Napoli perde in un colpo solo un terzo abbondante dei suoi ricavi pregiati. Per fortuna in quell'anno è stato venduto Kvaratskhelia al PSG per 80 milioni, una plusvalenza da 77,2 milioni, che ha tappato gran parte della falla. Ma è proprio questo il nodo: il Napoli, senza Champions, deve vendere un gioiello ogni estate per stare in piedi. Non è una scelta, è una necessità del modello. E attenzione al secondo dato del 2024/25, perché è la novità più interessante: i ricavi complessivi sono scesi a 290,9 milioni, mentre l'Inter chiudeva a 567, la Juventus a 529,6 e il Milan a 494,5. Quasi il doppio, le altre. Qui sta la verità scomoda che troppi tifosi non vogliono sentire: sui ricavi ordinari, quelli veri e ripetibili anno dopo anno, il Napoli è strutturalmente più piccolo delle sue rivali del nord. Vince sul campo e nei conti grazie all'efficienza e al player trading, non grazie alla potenza di fuoco economica. È un Davide che batte i Golia gestendo meglio la fionda. Funziona finché la fionda è precisa. Il giorno che sbaglia due mercati di fila, il divario si riapre. Quello che va meno, e va detto senza sconti. Il tallone d'Achille ha un nome e un indirizzo: Fuorigrotta. I ricavi da stadio del Napoli sono ridicoli per un club di questa caratura. Nel 2024/25 i proventi da gare casalinghe sono stati 24,1 milioni, con gli abbonamenti addirittura a 9,7 milioni. Nove milioni di abbonamenti per i campioni d'Italia. Una big inglese di metà classifica fa di più. Il Maradona è un impianto comunale, vecchio, col terzo anello chiuso da oltre vent'anni per problemi di vibrazioni e la capienza ridotta dopo i lavori del 2019. De Laurentiis lo ha definito pubblicamente, con la sua consueta diplomazia, "una discarica", e da anni sogna un impianto nuovo e di proprietà. Qui però la mia onestà di tifoso mi obbliga a registrare la contraddizione del modello. Perché per anni la filosofia del club, teorizzata anche da analisti finanziari seri, è stata: se i diritti TV sono la voce più importante del fatturato, non serve investire in infrastrutture costose come gli stadi, difficili da rendere redditizi nel calcio italiano. Una logica difendibile, per carità. Risparmi sui mattoni, investi sui calciatori, massimizzi l'efficienza. Ma oggi quella logica sta diventando un boomerang, perché mentre Milan, Inter e Roma si preparano a posare la prima pietra dei loro nuovi stadi entro il 2027, il Napoli rischia di vedere il gap economico riaprirsi. Gli altri stanno costruendo le macchine da soldi del futuro. Il Napoli no. E la situazione attuale è quasi paradossale: il restyling del Maradona, un investimento da circa 200-250 milioni in vista di Euro 2032, lo sta portando avanti il Comune con fondi pubblici, mentre De Laurentiis resta fuori. Il presidente continua a sognare un impianto tutto suo altrove, si è parlato dell'area dell'ex raffineria a San Giovanni a Teduccio, e il Comune va avanti comunque, con o senza il club. C'è un braccio di ferro istituzionale che dura da troppo, e nel frattempo i ricavi da matchday restano inchiodati. Questo, per me, è il vero fallimento gestionale dell'era ADL: non i trofei, che invece sono arrivati, ma l'incapacità di risolvere la questione stadio in vent'anni. Su questo non lo assolvo. La fotografia onesta, percentuali incluse. Se devo dare un giudizio da tifoso che mastica un po' di conti, lo do così. La gestione economica complessiva di De Laurentiis è eccellente: la metterei a un 85% di promozione piena. In vent'anni ha trasformato un fallimento da 64 milioni di debiti in un'azienda con 137 milioni di liquidità netta, vincendo pure due scudetti. Roba che in qualsiasi altro settore i bilanci dei competitor — Juve, milanesi, Roma — avrebbero portato al ridimensionamento o al fallimento, mentre il Napoli sta in piedi da solo. Ma, e il "ma" pesa, c'è un 15% che non torna, e non è poco. È la fragilità dei ricavi ordinari, troppo dipendenti dalla qualificazione Champions e dal vendere un campione l'anno. È lo stadio, ferita aperta da vent'anni. È un fatturato che resta la metà di quello delle rivali. Il modello ha funzionato benissimo finché il calcio italiano è rimasto povero e mal gestito. Ma gli altri si stanno attrezzando, e l'efficienza da sola, contro chi ha il doppio dei ricavi e stadi nuovi in arrivo, prima o poi non basta più. Il centenario del 2026 arriva nel momento giusto per fare una scelta di campo: o il Napoli resta l'aziendina perfetta che vive di plusvalenze e sostenibilità, oppure compie il salto infrastrutturale che la trasformi davvero in un club da fatturato europeo. Lo stesso Sole 24 Ore lo ha scritto: è arrivato il momento di cambiare passo sulle infrastrutture. ADL ci ha abituati a stupirci. Stavolta, però, la grande giocata non è un colpo di mercato. È una firma su un progetto di cemento. E quella firma, finora, non l'ha ancora messa.

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