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Storia

Il Napoli di Vinicio, la nostra Olanda mancata

Prima di Maradona, il Napoli di Luis Vinicio fu l'apice della bellezza calcistica. Tra il 1973 e il 1975, 'O Lione importò la zona e il calcio totale, sfidando il catenaccio della Serie A.

Admin · 19 giugno 2026
Il Napoli di Vinicio, la nostra Olanda mancata

Mettiamola così, senza giri di parole: il Napoli più bello che abbia mai calpestato un campo prima di Maradona non vinse niente. Arrivò terzo, poi secondo, e nella memoria di chi c'era vale più di tante squadre che hanno alzato coppe. Era il Napoli di Luis Vinicio, e per due stagioni, tra il 1973 e il 1975, giocò un calcio che in Italia non si era mai visto. Lo chiamarono eresia. Era semplicemente il futuro arrivato con vent'anni d'anticipo.

Per capire cosa significhi, bisogna mettere il calcio italiano di quegli anni accanto a quello che stava succedendo in Olanda. Mentre da noi imperava il catenaccio, la marcatura a uomo, il "palla lunga e pedalare", a Amsterdam Rinus Michels e Johan Cruijff inventavano il totaalvoetbal, il calcio totale: la teoria per cui ogni giocatore che lascia la sua posizione viene subito rimpiazzato da un compagno, così che la squadra resti sempre in forma, e nessuno è più inchiodato al suo ruolo. Il terzino può fare l'attaccante, l'attaccante torna a difendere, e tutti pressano alti, e tutti usano il fuorigioco come arma. Quell'Olanda incantò i Mondiali del '74 e perse la finale col fischio finale già nel cuore di tutti. Persero la coppa, vinsero la storia. Vi ricorda qualcosa?

Perché in Italia il primo a guardare verso quei tulipani fu proprio lui, 'O Lione. Vinicio era brasiliano di Belo Horizonte, era stato un centravanti implacabile del Napoli laurino negli anni Cinquanta, di quelli che il 6 dicembre del 1959 inaugurarono il San Paolo con un gol in semisforbiciata alla Juve. Tornato da allenatore nel maggio del '73, fece la cosa che nessuno in Italia aveva il coraggio di fare per intero: importò la zona. Burgnich, la Roccia, trentaquattro anni e una carriera da marcatore arcigno all'Inter di Herrera, lo piazzò a fare il libero di costruzione in linea, davanti ai terzini. Pressing alto, raddoppi continui, tattica del fuorigioco. Per i tradizionalisti come Gianni Brera era pura bestemmia. Per il San Paolo era amore a prima vista.

E qui sta il primo parallelo, quello tecnico, che regge benissimo. Come l'Ajax e l'Olanda, anche il Napoli di Vinicio non era una corazzata di fuoriclasse. Era un insieme di buoni giocatori cementati da un'idea. La differenza la faceva il sistema, non il singolo. Il primo anno, 1973-74, gli azzurri rinati chiusero terzi con 36 punti, partendo fortissimo: dopo sei giornate erano in testa. Capocannoniere della squadra fu Sergio Clerici con 15 reti. L'anno dopo, il capolavoro: secondo posto con 41 punti, a due sole lunghezze dalla Juventus campione. Tre sole sconfitte in tutto il torneo, miglior attacco del campionato con 50 gol segnati, una delle difese meno battute. Clerici di nuovo in doppia cifra con 14 reti, Braglia 12, il napoletano Beppe Massa 9.

Veniamo agli interpreti, perché un Napoli così va raccontato uomo per uomo.

In porta c'era Pietro Carmignani, "Gedeone", un portiere di sicuro affidamento che fu il primo argine di quel sistema spericolato. Davanti a lui, la spina dorsale difensiva: Tarcisio Burgnich, il veterano che Vinicio convertì in regista arretrato, e soprattutto lui, Giuseppe Bruscolotti. Totonno per i napoletani, ma per tutti "Pal' 'e fierro", palo di ferro, per la forza fisica e per l'impossibilità di superarlo nell'uno contro uno. Difensore vecchio stampo, capitano dell'anima operaia della squadra, sarebbe diventato l'uomo dei record di presenze in maglia azzurra, il leader che non mollava un centimetro. Completavano il reparto La Palma e Pogliana.

In mezzo al campo, il faro: Antonio Juliano. Capitano, regista, cuore napoletano dell'intera operazione. Vinicio stesso disse che quando arrivò trovò un gruppo di indisciplinati, e che fu proprio Juliano ad aiutarlo a trasformarlo in una squadra unita. Nello scontro diretto di Torino del 6 aprile 1975, quello da cui dipendeva lo scudetto, fu lui a pareggiare il gol di Causio e a tenere vivo il sogno fino agli ultimi minuti.

Davanti, il gioco totale trovava la sua espressione più pura in Sergio Clerici, "il gringo", brasiliano d'origine, una punta che non era un finalizzatore d'area ma un attaccante a tutto campo, capace di muoversi ovunque, perfetto per quel sistema fluido. Accanto a lui le fiammate di Giorgio Braglia, arrivato nel '73 e subito a segno con regolarità, e l'abnegazione di Beppe Massa, il "Peppiniello" tornante, mezzo attaccante e mezzo lavoratore di fascia. E sullo sfondo c'era Canè, l'unico straniero di lungo corso, un altro brasiliano diventato napoletano d'adozione.

E adesso il secondo parallelo, quello che fa male. Perché l'Olanda di Cruijff è ricordata come la più grande squadra a non aver mai vinto un Mondiale, e il Napoli di Vinicio è la più bella a non aver mai vinto uno scudetto. Tutti e due fermati sul più bello. Gli olandesi dalla Germania in finale; gli azzurri da un fantasma del passato. Il 6 aprile 1975, a Torino, davanti a un esercito di napoletani arrivati da tutta Italia, con Zoff che parava l'impossibile, fu un ex a uccidere il sogno. José Altafini, idolo di un tempo a Napoli, segnò il gol del 2-1 a due minuti dalla fine. Da quella sera, per il popolo azzurro, non fu più José. Fu "Core 'ngrato", cuore ingrato, come la canzone. La domenica dopo, in un misto di rabbia e bellezza disperata, quel Napoli ne rifilò sette alla Ternana: gol inutili per la classifica, buoni solo per laurearsi miglior attacco e per dire al mondo che squadra fosse.

Qui di solito chiuderei dicendo che fu un gioiello incompiuto, una cattedrale lasciata a metà, e che peccato, e che malinconia. E in parte è così. Però fatemi fare il bastian contrario con me stesso, perché sarebbe disonesto fermarsi alla lacrima.

Perché quel Napoli un'eredità l'ha lasciata, eccome. La zona di Vinicio, sbeffeggiata dopo il 2-6 incassato dalla Juve nel dicembre del '74 ("la zona non può avere futuro", sentenziarono i sapientoni), non era affatto fuoco di paglia. Era il seme. Più di dieci anni dopo, un signore di Fusignano di nome Arrigo Sacchi avrebbe ripreso quel tema, il pressing, la linea, il fuorigioco, e ci avrebbe vinto in tutto il mondo. E lo stesso Sacchi ha riconosciuto in Vinicio un punto di riferimento per il suo coraggio. Ecco perché quel secondo posto del '75 non è solo una ferita: è anche un atto di paternità. Gli olandesi hanno insegnato il calcio del futuro al mondo senza vincere il Mondiale. Vinicio l'ha insegnato all'Italia senza vincere lo scudetto. A volte la storia la scrivono i vincitori, ma il calcio se lo ricordano quelli che hanno fatto sognare.

Lo scudetto vero, a Napoli, sarebbe arrivato undici anni dopo, con un certo Diego per le strade. Ma la prima volta che la città credette davvero di potercela fare, la prima volta che si innamorò non di un risultato ma di un'idea di gioco, fu con 'O Lione in panchina e una squadra di onesti che giocavano come fenomeni. Senza vincere niente. E va bene così.

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