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Calciomercato

Il mestiere di leggere il mercato, ovvero come non farsi infinocchiare a giugno

Nel caos del mercato estivo, distinguere tra rumors e trattative reali è un'arte. Una guida per il tifoso del Napoli per non cadere nelle trappole mediatiche e riconoscere le fonti sicure.

Giuseppe G · 28 giugno 2026
Il mestiere di leggere il mercato, ovvero come non farsi infinocchiare a giugno

Ogni estate, quando arriva il momento del mercato, Napoli si trasforma in una redazione a cielo aperto. Al bar, dal barbiere, sotto i palazzi, davanti alla pescheria, c'è sempre qualcuno che ha la notizia. L'ha letta, gliel'hanno detta, è sicura. E la città intera ci casca, ogni volta, perché vuole crederci. Sognare un acquisto è un modo per dirsi che l'anno prossimo andrà meglio, che basta un nome nuovo a cambiare il destino. Si faceva con Maradona quando ancora non era arrivato e sembrava impossibile, si fa oggi con ragazzi di cui fino a un mese fa non si conosceva nemmeno l'esistenza. È un rito antico, e in fondo bellissimo, ma va maneggiato con un minimo di mestiere.

Perché c'è una verità che governa tutto: il mercato non è quello che si dice, è quello che si fa. E tra il dirsi e il farsi, a giugno, c'è di mezzo un oceano. Imparare a distinguere il pane dalla mollica è l'unico modo per attraversare l'estate senza prendere ogni voce per oro colato.

Si parte da un'affermazione che sembra una bestemmia e invece è il vangelo: il numero di giornali che scrivono un nome non dice nulla sulla verità di quel nome. Verrebbe da pensare il contrario, che se trenta testate riportano la stessa cosa allora quella cosa è vera. E invece, nove volte su dieci, quei trenta giornali stanno copiando la stessa fonte. Una sola. Magari un cronista che alle sette di mattina ha scritto due righe, e un quarto d'ora dopo erano già su trenta siti, riscritte, rigirate, ma sempre quelle due righe. Il rumore non è la prova. Il rumore è l'eco. E l'eco, tra i vicoli, rimbomba forte ma non ha mai portato nessuno allo stadio.

Bisogna allora imparare a guardare non quanti scrivono, ma chi scrive per primo. È lì il segreto.

Ci sono nomi, nel giornalismo di mercato, che valgono come la firma del notaio. Quando un'operazione la conferma Fabrizio Romano, quando la racconta Gianluca Di Marzio, quando la mette in pagina Sky Sport, allora la cosa ha le ossa. Questi non campano di titoloni, campano di rapporti diretti con procuratori e dirigenti, e quando sbagliano lo pagano caro, perché la loro unica ricchezza è la fiducia. Nello stesso scaffale stanno i quotidiani che hanno gli uomini dentro le società, il Corriere dello Sport, la Gazzetta, e per quanto riguarda Napoli da vicino Il Mattino e Repubblica nella sua pagina cittadina. E poi Alfredo Pedullà e Nicolò Schira, che sulle cifre e sui contratti raramente prendono un granchio. È la bottega buona, quella dove la merce è di qualità.

Poi viene il secondo banco, e qui serve attenzione. Sono i siti che raccolgono, gli aggregatori, quelli che mezza città apre cento volte al giorno aggiornando la pagina col pollice. CalcioNapoli24, TuttoNapoli, NapoliToday, Napoli Magazine, AreaNapoli. Sono utili, ci campa il tifoso e ci campa anche chi scrive, e vanno aperti la mattina col caffè. Ma vanno letti per quello che sono: non fanno la notizia, la radunano. Quando uno di questi titola un nome e sotto specifica che lo riporta il Mattino o la Gazzetta, allora vale il Mattino e la Gazzetta, non il sito. Quando invece spara il nome così, senza dire da dove arriva, quello è fumo. Bello caldo, ma fumo.

E infine c'è il terzo banco, quello in fondo, dove la merce va maneggiata coi guanti. I siti che tirano fuori il fenomeno brasiliano mai visto, lo scambio fantasioso, la percentuale buttata lì a casaccio, il talento che costa sei milioni e risolve ogni problema. Spesso nasce tutto da un cinguettio di un account straniero, ripreso senza che nessuno abbia alzato il telefono per controllare. Non è detto che siano disonesti, ma sono il punto più lontano dalla scrivania dove il mercato si fa davvero.

Chiarito chi vende cosa, si può guardare al Napoli, perché altrimenti il discorso resta filosofia.

In entrata ci sono due nomi che da settimane hanno smesso di essere chiacchiere e sono diventati trattative vere. Mario Gila e Anan Khalaili. Su entrambi c'è la cosa che conta più di ogni altra, e cioè l'accordo col giocatore. È la chiave di tutto: quando un calciatore ha già detto sì, quando ha già scelto la maglia nella testa, l'affare è mezzo fatto. Resta da convincere i club, ed è sempre la parte più antipatica. La Lazio fa muro su Gila e tira sul prezzo, i belgi dell'Union chiedono venticinque milioni per Khalaili sapendo che una fetta del ricavato finirà in Israele, al Maccabi. Su Gila si è affacciata l'Atalanta, su Khalaili l'Inter ha messo il naso, ma il Napoli resta davanti su tutti e due. Vanno dati oltre il settanta per cento, con Khalaili un'unghia più avanti, perché la volontà del ragazzo è chiara e rumorosa, e i giovani che vogliono Napoli con tutto il cuore, alla fine, a Napoli ci arrivano. È successo tante volte.

Un gradino più sotto c'è la questione del terzino destro, dove i nomi sono tre per una maglia sola. Se arriva Khalaili, Dodô e Norton-Cuffy si spengono da soli, diventano il piano di riserva di un piano che sta funzionando. Restano vivi, ma in discesa.

Poi c'è il centrocampo, ed è faccenda più delicata, perché tutto dipende da una porta che deve prima aprirsi. Adrien Rabiot è il desiderio dichiarato di Allegri, che lo conosce, lo stima, lo rivorrebbe con sé. Ma è un desiderio legato a due condizioni: che parta Anguissa e che il giocatore stesso si decida, e proprio in questi giorni Rabiot ha messo il freno a ogni discorso. Resta a metà del guado, una di quelle operazioni che o si chiudono di colpo agli ultimi giorni di luglio o non si chiudono affatto. Stesso ragionamento per Richard Rios, il nome più serio se Anguissa parte davvero, ma conteso col Milan, e quando due grandi vogliono lo stesso uomo i prezzi salgono e i tempi si allungano.

Sul resto della lista in entrata, e cioè Vlahovic, Dybala, Zaniolo, il portiere Suzuki, Kessié, fino ai nomi che spuntano un giorno e il giorno dopo sono già spariti, vale un solo consiglio: vanno goduti come si gode una bella serata d'estate, senza pretendere che duri. Sono suggestioni, belle da raccontare sotto l'ombrellone, ma lontane dalla firma. Vlahovic resta un nome da una fonte e mezza, affascinante e improbabile, perché certi stipendi a Napoli non si sono mai pagati. Gli altri stanno ancora più indietro.

In uscita il quadro è più limpido, perché vendere è sempre più facile che comprare, è la legge di sempre. Frank Anguissa ha un'offerta vera dal Besiktas e un rapporto col club che si è fatto freddo: è il partente più probabile, e va dato bene avanti. C'è quasi un dispiacere, in questo, perché Anguissa ha dato gambe e cuore in anni che non si scordano, e i giocatori che hanno vinto a Napoli meriterebbero sempre un addio coi fiori, non coi conti. Ma il calcio è anche questo. Milinkovic-Savic piace alla Juventus e non ha convinto il nuovo allenatore, altro addio che ha più sì che no. Lukaku e De Bruyne sono due punti di domanda grossi così, e dipendono più da loro che dal Napoli, quindi su quelli i numeri sarebbero presunzione. David Neres è la sorpresa di questi ultimi giorni, finito sul mercato per ragioni che mettono insieme il campo e la condizione fisica, col Benfica che lo riguarda con interesse.

E poi c'è la lunga fila dei ragazzi che tornano dai prestiti, Cajuste, Folorunsho, Zerbin, Ngonge, e tanti altri. Usciranno quasi tutti, ma in silenzio, senza titoli grossi, perché sono operazioni di bilancio più che di gloria, e raccontarle non fa vendere una copia. Proprio per questo la loro percentuale di addio è altissima: nessuno ci costruisce sopra una prima pagina, e quindi nessuno ci ricama bugie.

Due nomi, infine, vanno tolti dalla colonna degli addii dove qualcuno li aveva piazzati con troppa fretta: Alex Meret, che va verso la conferma, e Antonio Vergara, blindato con un rinnovo lungo. Erano dati per partenti fino a una settimana fa. È la prova migliore di quanto sia mobile questo terreno, e di quanto convenga diffidare di chi racconta il mercato con la sicurezza di chi legge il futuro nei fondi di caffè.

Resta una regola sola, buona per tutta l'estate. Quando si legge un nome, non bisogna chiedersi quanti lo scrivono, ma chi lo ha scritto per primo, e se quel primo ha mai avuto in mano un contratto. Tutto il resto è eco. E l'eco, tra i vicoli di questa città che il pallone lo ha nel sangue da cent'anni, fa un rumore bellissimo, ma a Dimaro non ci ha mai portato nessuno. Jamm.

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