Il giorno in cui un centravanti fece quello che l'ONU non era riuscita a fare
L'8 ottobre 2005 Didier Drogba compì un miracolo che la diplomazia non riuscì a ottenere: fermare la guerra civile in Costa d'Avorio con un appello in ginocchio dopo la qualificazione ai Mondiali.

Otto ottobre 2005, spogliatoio dello stadio Al-Merrikh di Omdurman, Sudan. La Costa d'Avorio ha appena battuto il Sudan 3-1 e, grazie al passo falso del Camerun contro l'Egitto, si è qualificata per la prima volta nella sua storia a un Mondiale. Dovrebbe essere il momento delle bottiglie stappate, delle urla, dei corpi ammassati uno sull'altro. Invece un cameraman entra nello spogliatoio e trova Didier Drogba che gli chiede il microfono. Si inginocchia. Fa inginocchiare tutti i compagni, ancora in maglia arancione, sudati. E parla al suo Paese in diretta televisiva: uomini e donne della Costa d'Avorio, del nord e del sud, del centro e dell'ovest, oggi vi abbiamo dimostrato che possiamo vivere insieme. Vi preghiamo in ginocchio: deponete le armi, organizzate le elezioni. Un Paese così ricco non può distruggersi da solo.
Fermiamoci qui, perché conviene tenere separate tre cose che di solito vengono impastate insieme fino a farne una favola indigesta.
La prima è il contesto, e non è uno sfondo decorativo. Dal 2002 la Costa d'Avorio era spaccata in due da una guerra civile: il sud, cristiano, controllato dal governo di Laurent Gbagbo; il nord, musulmano, in mano ai ribelli. In mezzo, migliaia di morti e un Paese che era stato il più ricco dell'Africa occidentale — il cacao, il 40% di quello mondiale — a farsi a pezzi da solo. Questo è il punto che chi racconta la storia come una cartolina dimentica sempre: Drogba non parlava a un popolo generico e pacificato. Parlava a due metà che si stavano ammazzando.
La seconda è la squadra. E qui c'è il vero cuore della faccenda, quello che il gesto di Drogba non fece che rendere visibile. Quella nazionale — la generazione d'oro dei Touré, di Eboué, di Zokora, di Drogba — era già di per sé la prova vivente che la tesi della guerra era falsa. Perché in quello spogliatoio il nord passava il pallone al sud senza chiedergli da dove venisse. Cristiani e musulmani nella stessa maglia, con lo stesso obiettivo. Non era retorica: era la formazione titolare. Drogba non inventò nulla quel giorno. Prese ciò che era già sotto gli occhi di tutti e lo mise davanti a una telecamera nel momento esatto in cui il Paese intero stava guardando.
La terza è il gesto in sé, e va giudicato per quello che è, non per quello che ci piacerebbe fosse. Un calciatore che si inginocchia e supplica il proprio popolo di smettere di spararsi. Nessun politico l'aveva fatto. Nessuna mediazione internazionale aveva avuto quell'impatto. Perché Drogba, nel 2005, era l'unica cosa su cui tutta la Costa d'Avorio era d'accordo. L'unico ivoriano che il nord e il sud amavano allo stesso modo. E lui lo sapeva, e usò quel capitale — perché di capitale si tratta — nel modo più intelligente possibile.
Ma il capolavoro vero venne dopo, ed è la ragione per cui questa storia merita di essere raccontata e non solo commossa.
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Nel 2007 Drogba vince il Pallone d'Oro africano. Invece di godersi il trofeo, lo porta in giro per il Paese, e arriva fino a Bouaké — Bouaké, la capitale dei ribelli, il simbolo stesso della secessione, un posto dove un uomo del sud fino a poco prima non ci sarebbe andato nemmeno morto. E lì annuncia che la Costa d'Avorio giocherà una partita ufficiale della nazionale. Non ad Abidjan, la capitale. A Bouaké. Nel covo del nemico. Il 3 giugno 2007 gli Elefanti scendono in campo nella roccaforte ribelle e battono il Madagascar 5-0, con la gente del nord e del sud sugli stessi spalti a esultare per gli stessi gol. Portare la nazionale a Bouaké, due anni prima, sarebbe stato semplicemente impensabile. Fu Drogba a renderlo pensabile.
E qui la favola dovrebbe chiudersi col fermo immagine sullo stadio in festa. Non lo faccio.
Perché la Costa d'Avorio, dopo tutto questo, tornò in guerra. Le elezioni promesse slittarono dal 2005 al 2006, poi al 2007, poi al 2008, poi non si tennero. Quando finalmente si votò, nel 2010, Gbagbo perse, non riconobbe il risultato, e il Paese ripiombò nella violenza: si arrivò a due presidenti autoproclamati, all'assedio di Abidjan, alle forze speciali francesi, all'arresto di Gbagbo e al suo processo all'Aja. Migliaia di morti, di nuovo. La fiamma che Drogba aveva acceso nello spogliatoio di Omdurman si era spenta.
Questo non toglie niente al gesto. Lo colloca. Lo sport può accendere una fiamma — può farlo come poche altre cose al mondo, con una potenza che la politica si sogna. Ma tenerla accesa è un altro mestiere, e non è il mestiere di un centravanti. Drogba fece la sua parte fino in fondo, due volte, meglio di chiunque altro. Poi toccava ad altri, e gli altri fallirono.
Resta il fatto che per un pomeriggio, l'8 ottobre 2005, e per una sera, il 3 giugno 2007, un uomo con un pallone riuscì a fermare una guerra che eserciti, governi e organizzazioni internazionali non erano riusciti nemmeno a scalfire. Non è poco. È solo che non è per sempre.
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