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Storia

Il giorno in cui il Molise esistette

Il 13 febbraio 1985 il Molise divenne il centro del mondo: il Campobasso sconfisse la Juventus dei campioni in una giornata che resta incisa nel cuore e nella storia del calcio italiano.

Raffaele S. · 21 giugno 2026
Il giorno in cui il Molise esistette

C'è una battuta che gli stessi molisani si raccontano da sempre, mezza per scherzo e mezza per ferita: "il Molise non esiste". È diventata un meme, una di quelle cose che ripeti per non piangerci sopra. Una regione piccola, giovane — capoluogo dal 1963, una manciata di abitanti, spesso confusa persino con la Basilicata da chi non sa che tra Campobasso e Potenza ci sono oltre centocinquanta chilometri e due mondi diversi. Ecco, c'è stato un pomeriggio in cui quella battuta crollò. Un mercoledì in cui il Molise non solo esistette, ma fu il centro del mondo. 13 febbraio 1985, Campobasso-Juventus 1-0.

Per capire cosa significò bisogna prima respirare l'aria di quel periodo. Gli anni Ottanta a Campobasso erano anni di euforia silenziosa: la città cresceva, arrivavano gli uffici della Regione, le banche, le assicurazioni, nel 1982 era nata l'Università del Molise e con lei una popolazione di studenti che riempiva i bar di via Ferrari il sabato sera. Campobasso è una città di abitudini immutabili, dove d'inverno il freddo morde e la "stesa" sul corso diventa una prova di carattere, dove la domenica ha i suoi riti e il Corpus Domini ha la sua sfilata dei Misteri. In mezzo a tutto questo, il calcio: il Lupo rossoblù, cinque stagioni di Serie B vissute con una fame che le grandi piazze nemmeno conoscono. E poi, quel giorno, la corazzata.

Perché la Juventus che scese a Selvapiana non era una squadra, era un'idea di calcio che a quelle latitudini esisteva solo dentro la televisione, dentro le figurine, dentro le schedine del Totocalcio e le domeniche di "90° Minuto". Platini, Scirea, Tardelli, Boniek, Trapattoni in panchina: i bianconeri avevano appena vinto la Supercoppa contro il Liverpool e di lì a pochi mesi avrebbero alzato la Coppa dei Campioni, nella maniera tragica che tutti sappiamo, all'Heysel. Roba da non potersi nemmeno permettere di sognare. E invece quel giorno il sogno bussò alla porta del Molise, e qualcuno andò ad aprire.

Il colore di quella giornata è tutto nei dettagli minuti, quelli che valgono più del tabellino. Le scuole chiusero in anticipo: la campanella suonò ore prima del solito perché era chiaro a tutti che mandare i ragazzi a lezione sarebbe stato inutile, tanto la testa era già allo stadio. C'è chi quel giorno fece il raccattapalle e ancora oggi lo racconta ai nipoti. C'è il padre che tornò apposta da Roma solo per esserci, biglietto conservato come una reliquia. C'è chi, juventino di fede, confessò di aver tremato il cuore per la squadra della propria città ed esultato come un bambino. E c'è perfino chi sbagliò curva, ritrovandosi per errore in mezzo ai tifosi bianconeri. Sopra tutto questo, la neve, perché il destino voleva la scena perfetta.

Lo stadio nuovo di contrada Selvapiana — quello che chiameranno "Nuovo Romagnoli", in memoria di un aviatore campobassano caduto in Tripolitania, tirato su dall'imprenditore ascolano Costantino Rozzi, lo stesso del gemello di Benevento — veniva inaugurato proprio quel giorno. Capienza ufficiale intorno ai 26-30 mila, 26 mila biglietti venduti. Ne entrarono fino a quarantamila, perché donne e bambini entravano gratis e perché nessuno, dico nessuno, voleva rimanere a casa. Tanta gente che parte del pubblico fu sistemata a bordo campo, e che uno spicchio di gradinate rimase chiuso perché lo stadio non era nemmeno finito. Ci fu chi, con il biglietto regolare in tasca, restò fuori lo stesso. Una città intera spinta dentro un catino, sotto la neve, per un'ora e mezza di pallone.

Poi il calcio fece la sua parte. Minuto 38: tiro di Guido Ugolotti, deviazione decisiva di Stefano Pioli — sì, quel Pioli, allora difensore della Juve — e autorete che vale 1-0. Ugolotti, da signore qual è, ha ammesso anni dopo che con le regole di oggi il gol l'avrebbero dato a lui, ma che di fronte a una giornata simile certi dettagli non contano. Quando la palla entrò, dicono che il boato si sentì fino in Corso Vittorio Emanuele, e che i gradoni appena costruiti tremarono per secondi: un collaudo strutturale fatto a furia di cuore. I Lupi sfiorarono pure il 2-0, palla sul palo, e tennero botta anche quando Trapattoni gettò nella mischia Paolo Rossi. Trevisan si incaricò di spegnere Platini, e ci riuscì. Finì 1-0. Per chi c'era, finì molto di più.

Va detto, per onestà: era solo l'andata. Due settimane dopo, all'Olimpico, la Juventus rimise tutto in ordine con un 4-1 e passò il turno — non senza che i molisani avessero ancora la sfacciataggine di passare in vantaggio con Perrone prima di arrendersi. Ma il punto è proprio questo: a Campobasso non frega niente del computo aggregato. Quella partita non si misura in qualificazioni. Si misura in quante volte, in quarant'anni, quello stadio è tornato a riempirsi così: pochissime, la promozione del 2000 e una notte di Nazionale, sempre con Trapattoni, guarda il caso. Per il resto, il silenzio.

Ed è qui che la storia di costume diventa storia di identità. Perché il calcio, in posti come il Molise, non è intrattenimento: è autostima collettiva. È il modo che ha una regione "che non esiste" per dire al resto d'Italia che invece c'è, eccome. Non a caso oggi i nuovi proprietari americani del club — sì, ci sono di mezzo pure Kelly Ripa e una docuserie targata ESPN, ma questa è un'altra storia — ripetono che il Campobasso "è un progetto sociale prima che calcistico", e che serve a mettere il Molise sulla mappa del mondo. Quarant'anni fa, quel mercoledì sotto la neve, i molisani lo avevano già fatto da soli, senza bisogno di telecamere: avevano battuto Platini e si erano presi una giornata di eternità.

Restano le foto sbiadite, restano i racconti tramandati di padre in figlio, e resta quella frase che a Campobasso vale più di uno scudetto: "Io c'ero". Tre parole con cui, per una volta, il Molise ha smesso di scusarsi di esistere.

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