Il caffè del Nonno — Due estati, trecento milioni e il mercato che comincia adesso
L'evoluzione del Napoli: dai 150 milioni investiti per Conte al quarto scudetto, fino alla cessione di Kvaratskhelia e la nuova era Allegri. Un'analisi tra passione e conti in rosso.

C'è un vizio bello, a Napoli, che è quello di raccontare le cose grandi partendo da lontano. E il Napoli di oggi, quello che apre l'estate del 2026 con Massimiliano Allegri in panchina, è una cosa grande che va raccontata partendo da due estati fa. Perché senza quelle due estati non si capisce niente di quello che il club può fare adesso, e nemmeno di quello che non può fare.
L'estate del 2024 fu la rivoluzione. Il Napoli veniva da un decimo posto che ancora fa male a nominarlo, l'anno dopo lo scudetto, l'anno dello sbandamento. De Laurentiis chiamò Antonio Conte, prese Giovanni Manna come direttore sportivo, e aprì il portafogli come non aveva mai fatto in vent'anni. Centocinquantadue milioni di euro, la spesa più alta della storia del club in una sola stagione. Arrivò Alessandro Buongiorno dal Torino per trentacinque milioni e trecentomila euro. Arrivò Romelu Lukaku dal Chelsea per trenta milioni e settecentomila, più il trenta per cento su una futura rivendita. Arrivò Scott McTominay dal Manchester United per trenta milioni e mezzo. E poi David Neres dal Benfica per trenta, Billy Gilmour dal Brighton, Rafa Marín dal Real Madrid, e Leonardo Spinazzola a parametro zero, che quando arriva un giocatore così senza pagare il cartellino è sempre una piccola festa.
Dall'altra parte, però, si vendette poco. Østigård andò al Genoa per sette milioni e quattrocentomila, con una plusvalenza di cinque milioni e mezzo. Zieliński se ne andò all'Inter a scadenza, a parametro zero, e quello fu un dispiacere doppio. Il resto furono prestiti: Natan, Zanoli, Lindstrøm, Cajuste, ragazzi che nessuno voleva a titolo pieno. E soprattutto rimase Osimhen, quello che doveva partire e finanziare tutto, e invece restò. Fu quella la crepa nei conti: contando solo i cartellini pagati per intero, il Napoli chiuse l'estate con un passivo di centotrentasei milioni. Una cifra che si porta rispetto da sola. De Laurentiis lo sapeva, e scelse lo stesso di chiudere in rosso il bilancio pur di dare a Conte la squadra che voleva. Andò a finire con il quarto scudetto cucito sul petto. A volte i conti in rosso raccontano storie che finiscono bene.
A gennaio del 2025, in mezzo alla corsa, si consumò la cessione più pesante di tutte. Khvicha Kvaratskhelia se ne andò al Paris Saint-Germain per ottanta milioni di euro. Il ragazzo era costato undici milioni, e a bilancio ne restavano poco più di due, perché il Napoli ammortizza in fretta, carica i costi sui primi anni e poi alleggerisce. Risultato: una plusvalenza di settantasette milioni e ottocentomila euro. Una montagna di soldi puliti. Al suo posto arrivarono innesti misurati, Okafor dal Milan, Scuffet, Hasa, Billing, gente per tappare, non per sognare. E se ne andò Mário Rui, che risolse il contratto e chiuse in silenzio una lunga storia napoletana.
Poi venne la seconda estate, quella del 2025, e qui il Napoli non frenò affatto. Il colpo che fece impazzire tutti fu Kevin De Bruyne, arrivato a parametro zero dopo dieci anni di Manchester City: un fuoriclasse vero, di quelli che a Napoli non erano mai arrivati a fine carriera con ancora tanto da dare. Ma dietro il belga ci fu spesa vera. Sam Beukema dal Bologna per trentuno milioni. Noa Lang dal PSV per venticinque. Miguel Gutiérrez dal Girona per quindici. Luca Marianucci dall'Empoli per nove. E due colpi in prestito con obbligo di riscatto pesantissimi: Rasmus Højlund dal Manchester United, con riscatto fissato a quarantaquattro milioni, e Lorenzo Lucca dall'Udinese, prestito da nove più obbligo da ventisei. In porta arrivò Vanja Milinković-Savić dal Torino.
Stavolta, però, si vendette bene. E si vendette tanto. Victor Osimhen, finalmente, partì per davvero: al Galatasaray per settantacinque milioni, più il dieci per cento su una futura rivendita. E qui vale la pena raccontare come si incassano davvero questi soldi, perché è una cosa che quasi mai si sa. I turchi versarono quaranta milioni subito, entro l'estate, e i restanti trentacinque in due rate uguali da diciassette milioni e mezzo, spalmate entro l'anno successivo. Fu inserita pure una clausola che vieta di rivendere Osimhen a una squadra italiana per due anni, con una penale che raddoppierebbe il costo. De Laurentiis, quando tratta, non lascia mai il tavolo senza una postilla a suo favore.
Ma non finì con Osimhen. Giacomo Raspadori andò all'Atlético Madrid per ventidue milioni più quattro di bonus, pagati in tre rate, con una plusvalenza da sedici milioni e duecentomila. Elia Caprile fu riscattato dal Cagliari per otto milioni, Natan ceduto al Betis per nove, Gaetano sempre al Cagliari per sei. Giovanni Simeone salutò per il Torino, Alessandro Zanoli per l'Udinese, entrambi con obbligo di riscatto. E poi la lunga fila dei prestiti onerosi che portano soldi freschi e liberano ingaggi: Cyril Ngonge al Torino, Jesper Lindstrøm al Wolfsburg, Jens Cajuste all'Ipswich, Michael Folorunsho al Cagliari, Rafa Marín al Villarreal, Alessio Zerbin alla Cremonese. Sommando tutto, le cessioni fruttarono un tesoretto attorno ai centotrenta milioni. Il campo dirà secondo posto, dietro un'Inter che vinse. Non è poco, ma a Napoli, dopo uno scudetto, il secondo posto sa sempre un po' di poco.
Adesso mettiamo insieme il quadro grande, perché è lì che si capisce la sostanza. In due estati il Napoli ha mosso oltre trecento milioni in acquisti. Le grandi cessioni, Kvaratskhelia e Osimhen su tutte, hanno riportato l'esborso netto a circa cento milioni. Il bilancio dell'anno dello scudetto, quello chiuso a giugno del 2025, si è chiuso in rosso per ventuno milioni e quattro: il primo rosso dopo anni di utili, alcuni da record. E l'anno in corso, quello che chiude a giugno del 2026, viaggia verso una perdita di una trentina di milioni. Il monte ingaggi è salito a centosessanta milioni, il terzo della Serie A dietro Inter e Juventus. Gli ammortamenti dei cartellini sono arrivati verso i centotrenta.
Qui bisogna capirsi, perché è il punto dove tanti sbagliano. Il Napoli non è un club in difficoltà. Tutt'altro. Al 30 giugno 2025 aveva un patrimonio netto di centonovanta milioni, centosettantaquattro milioni di liquidità in cassa, e un debito verso le banche sceso a trentasette milioni. Questa è una cassaforte piena. Il debito grosso, quei quasi trecento milioni che fanno impressione a leggerli, sono per la maggior parte le rate dei cartellini ancora da versare alle altre squadre. Non sono banche col cappello in mano, sono i pagamenti dilazionati di chi ha comprato molto e paga a rate, come fanno tutti nel calcio moderno.
E allora dov'è il nodo? Il nodo ha un nome che ormai conoscono pure al bar: squad cost ratio. È la regola della UEFA che stabilisce quanto un club può spendere per la rosa, cioè stipendi più ammortamenti, rispetto ai propri ricavi. Il Napoli, nell'anno dello scudetto, è arrivato a spendere per la squadra il settantanove per cento del fatturato, e nell'anno dopo ha superato l'ottanta. Ha sforato. E per questo, a gennaio del 2026, il mercato è stato bloccato: De Laurentiis ha imposto il saldo zero, ogni entrata pagata da un'uscita di pari peso. Arrivarono solo Giovane dal Verona e Alisson Santos dallo Sporting, e per farli entrare uscirono Lucca al Nottingham Forest, Lang al Galatasaray, Ngonge all'Espanyol, Marianucci al Torino. Non per povertà. Per regola. E dalla prossima stagione quel tetto scende ancora, verso il settanta per cento.
Questa è la cornice dentro cui va letta l'estate che comincia. E l'estate comincia con un uomo nuovo in panchina. Antonio Conte ha lasciato dopo lo scudetto e il secondo posto, parlando di un clima diventato ostile, di un ambiente poco coeso. E oggi, tre luglio, è arrivata l'ufficialità del suo successore: Massimiliano Allegri, contratto fino al 2029, quattro milioni e mezzo netti a stagione. Il tredicesimo allenatore dell'era De Laurentiis. Curiosamente, non è la prima volta che Allegri raccoglie l'eredità di Conte: successe già alla Juventus, nel 2014. La piazza si è spaccata a metà, tra chi lo vede come l'uomo giusto e chi non gli perdona l'ultima, deludente annata al Milan. Ma il campo, quello, non guarda in faccia a nessuno, e parlerà a tempo debito.
Veniamo dunque alla domanda vera: cosa può fare il Napoli, oggi, su questo mercato?
Può muoversi dentro un corridoio stretto, ma tutt'altro che soffocante. Il budget messo a disposizione per i rinforzi si aggira tra i cinquanta e gli ottanta milioni, cifra destinata a crescere con le cessioni. C'è una cosa da chiarire subito, però: il club ha già speso sessantasei milioni e mezzo, ma per riscattare giocatori già in casa, non per volti nuovi. Ha esercitato l'obbligo su Højlund per quarantaquattro milioni, su Alisson Santos per sedici e mezzo, su Milinković-Savić per sei. Sono soldi che rendono definitivi giocatori che c'erano già. Consolidano, non allargano.
Le opportunità sono chiare. La prima, la più solida, è la Champions League: il ritorno tra le grandi d'Europa porta premi e incassi da stadio che allargano i ricavi, e siccome il vincolo è un rapporto tra costi e ricavi, ogni euro che entra allarga lo spazio per spendere. La seconda è la forza patrimoniale: con centonovanta milioni di patrimonio e centosettanta di cassa, il Napoli non deve svendere nessuno per far quadrare i conti, e in trattativa questa è un'arma potente, perché chi non ha fretta detta il prezzo. La terza è il tesoro sparso in giro per l'Europa: i tanti giocatori in prestito, Ngonge, Lindstrøm, Lang, Lucca, Rafa Marín, portano riscatti prefissati che possono trasformarsi in incassi puliti e in ingaggi cancellati dal monte.
I vincoli, però, vanno detti con la stessa fermezza. Il primo è il tetto UEFA: la spesa annua per stipendi e ammortamenti non può più crescere, va semmai limata. Ogni ingaggio pesante in entrata deve essere compensato da uno in uscita. Non si aggiunge, si sostituisce. Il secondo è la questione degli esuberi ad alto stipendio: per liberare spazio bisogna cedere, e cedere chi guadagna tanto è sempre la parte più difficile del mestiere, perché quei giocatori o non si muovono o non trovano chi pareggi l'ingaggio. Il terzo è tecnico: una rosa costruita in due estati per le idee di Conte va adattata a quelle di Allegri, e questo può imporre operazioni non economiche ma obbligate. Servono un portiere, un terzino destro, un centrocampista.
La verità, se si vuole guardarla dritta negli occhi, è questa. Il Napoli non rifarà l'estate del 2024 né quella del 2025. La stagione dei centocinquanta milioni buttati sul tavolo in un colpo solo è finita, e non per debolezza, ma per la scelta di rientrare dentro parametri che il club stesso ha superato spingendo forte. Sarà un mercato di sostituzioni intelligenti più che di aggiunte, di cessioni che finanziano acquisti, di riscatti già incassati sui tanti prestiti in giro. Un mercato da orologiaio, non da fabbro.
E forse, a pensarci bene, è il mercato più difficile di tutti. Perché vincere spendendo è una cosa, ma restare in alto tenendo insieme i conti, con un allenatore nuovo e un tetto che si abbassa, è la vera prova di solidità di una società. Il Napoli, la solidità, ce l'ha scritta nei numeri. Adesso deve dimostrarla nelle scelte.
Il caffè, ormai, si è freddato del tutto. Ma certe cose si dicono meglio a freddo. Jamm.
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