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Messico 1970, l'Italia che fece sognare e l'epopea del calcio totale

A distanza di oltre cinquant'anni, il Mondiale messicano del 1970 continua a riverberare con la sua epica, scolpendo nel ricordo un'Italia che, pur sconfitta in finale, conquistò il cuore di milioni, e un Brasile che alzò l'asticella del 'Joga Bonito'.

Raffaele S. · 09 agosto 2026
Messico 1970, l'Italia che fece sognare e l'epopea del calcio totale

Agosto, tempo di bilanci e, per i nostalgici come me, di tuffi nel passato. Con le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 alle porte, che promettono un connubio tra sport e innovazione scientifica come riporta la Gazzetta, viene quasi naturale ripensare a quelle manifestazioni che hanno segnato un'epoca. Oggi, mentre il calciomercato muove i primi, timidi, passi estivi per il Napoli, e l'attenzione è già proiettata alla prossima Serie A, la mente mi riporta a un'estate di cinquantaquattro anni fa, a un caldo giugno messicano, dove il calcio raggiunse vette inesplorate e l'Italia, a suo modo, scrisse una pagina indelebile. Parliamo del Mondiale del 1970, un torneo che ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, risuona come un inno alla bellezza del gioco.

Era il primo Campionato del Mondo trasmesso a colori, un dettaglio non da poco che amplificò l'impatto visivo di maglie sgargianti e di campi baciati da un sole implacabile. In quel Messico, l'Italia di Valcareggi, reduce da un girone eliminatorio non proprio scintillante con un gol e due pareggi contro Svezia, Uruguay e Israele come si legge su Wikipedia, si trovò di fronte a una fase a eliminazione diretta che si rivelò un vero e proprio calvario sportivo ed emotivo. La semifinale contro la Germania Ovest, passata alla storia come la "Partita del Secolo", fu un tripudio di colpi di scena, un 4-3 dopo i supplementari che ancora oggi mi fa venire i brividi. Era il 17 giugno, e i nomi di Rivera, Riva, Burgnich, Facchetti e Domenghini risuonano ancora come eroi epici. In un momento in cui le vicende attuali del nostro campionato ci lasciano spesso con l'amaro in bocca, ricordare quel mix di sofferenza e gioia è un toccasana.

Ma quella semifinale estenuante, quella gioia incontenibile per l'impresa titanica, ebbe un prezzo altissimo. Tre giorni dopo, il 21 giugno, l'Italia scese in campo all'Estadio Azteca per affrontare il Brasile di Pelé. Un'Italia svuotata, fisicamente e mentalmente prosciugata, contro una delle formazioni più straripanti che la storia del calcio abbia mai conosciuto. Un Brasile che, al contrario degli Azzurri, aveva dominato il proprio girone con tre vittorie, superando Cecoslovacchia, Inghilterra e Romania, e si era sbarazzato dell'Uruguay in semifinale con un 3-1, mostrando una freschezza e una qualità di gioco quasi irrealistiche, come dettagliato su Wikipedia. Quella finale fu un manifesto del 'fútbol arte', un 4-1 che non lasciò scampo agli Azzurri, ma che elevò la squadra verdeoro a leggenda, consegnando a Pelé e compagni la Coppa Rimet per la terza volta, come ricorda Wikipedia.

Il Brasile del 1970 non era solo una squadra, era una sinfonia calcistica, un'espressione pura del "Joga Bonito". Giocatori come Pelé, Rivelino, Jairzinho, Gérson, Tostão, non erano solo campioni, erano artisti del pallone, capaci di inventare giocate che sfidavano le leggi della fisica e della tattica. Il loro modo di intendere il calcio, spregiudicato, offensivo, quasi danzante, fu una rivelazione per il mondo intero. In un'epoca in cui si discute spesso di moduli e tatticismi esasperati, il ricordo di quel Brasile ci riporta all'essenza più bella di questo sport: la libertà espressiva, la fantasia, la gioia di giocare.

Certo, l'Italia perse quella finale, ma la sua corsa fino all'ultimo atto, la sua capacità di resistere e lottare in quel crogiolo messicano, la sua “Partita del Secolo”, non furono meno memorabili. Quel 4-1 non fu solo una sconfitta, ma il suggello di un passaggio di consegne, il riconoscimento di una superiorità schiacciante ma anche l'orgogliosa consapevolezza di aver lottato fino all'ultimo contro i migliori. Un po' come la nazionale del 1994, anch'essa sconfitta ai rigori dal Brasile, che seppe comunque lasciare un segno indelebile nei cuori dei tifosi. Oggi, guardando al futuro del nostro Napoli, e all'Europa che ci attende, speriamo che i nostri ragazzi sappiano trarre ispirazione da quella grinta e quella capacità di sognare, anche quando il pronostico sembra segnato. Perché a volte, anche una sconfitta, se onorevole e combattuta, può forgiare un'identità e un ricordo eterni.

Raffaele S.


Fonti: Gazzetta dello Sport · Wikipedia · Wikipedia · Wikipedia · Wikipedia

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