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Messico '70: Il Brasile Perfetto e quella semifinale che brucia ancora

A cinquantasei anni di distanza, riviviamo l'epopea del Brasile dei tre '10' al Mondiale messicano e il ricordo di una semifinale Italia-Germania rimasta nella leggenda. Un Mondiale che ancora oggi ci parla di calcio totale e di un'epoca irripetibile.

La Redazione · 26 luglio 2026
Messico '70: Il Brasile Perfetto e quella semifinale che brucia ancora

Oggi, in un luglio del 2026 che tra poco ci vedrà spettatori delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina e forse con la mente già proiettata alla prossima Coppa del Mondo (il tennis olimpico, ad esempio, ci ricorda che i Giochi sono una costante della storia sportiva), è doveroso fermarsi un attimo e guardare indietro. Non alle recenti imprese di una Federica Brignone capace di due ori olimpici nello sci alpino, come sette altri italiani prima di lei, ma ancora più lontano, a un evento sportivo che ha scolpito il proprio nome nella storia con caratteri indelebili: il Mondiale di Messico '70.

Era il 21 giugno 1970 quando all'Estadio Azteca di Città del Messico si consumava la finale di un torneo che, ancora oggi, molti definiscono il più bello di sempre. Un Brasile celeste, guidato da un Pelé all'apice della sua carriera, affrontava la nostra Italia. La Nazionale di Valcareggi era reduce dalla “Partita del Secolo”, una semifinale epica contro la Germania Ovest vinta per 4-3 dopo supplementari che ancora fa venire i brividi a ogni appassionato. Quella gara, giocata sempre all'Azteca, è diventata un'icona, simbolo di una lotta strenua e di un calcio fatto di cuore e drammaticità, un vero e proprio spartiacque per il calcio italiano, come ricorda Wikipedia.

Ma torniamo alla finale. Quella Seleção non era solo Pelé, era un'orchestra perfetta dove ogni strumento suonava in armonia. C'era Rivelino con il suo mancino vellutato, Jairzinho che segnò in ogni partita del torneo, Gérson con le sue geometrie e Tostão, l'uomo dalle mille finte. Un attacco così ricco da schierare ben tre numeri 10, ciascuno con la sua magia, reinventati in ruoli diversi ma complementari. Il Brasile vinse 4-1 contro un'Italia stanca ma mai doma, conquistando la Coppa Rimet per la terza volta, e ottenendone la custodia definitiva. Quel mondiale fu un trionfo di calcio offensivo, di fantasia, di un'allegria quasi bambina che il calcio, forse, ha un po' perso negli anni a venire, nonostante le moto sportive anni '80 e '90 abbiano saputo mantenere un certo fascino di libertà e potenza, come narrano gli articoli della Gazzetta ricordando il boom delle 600 e delle 125 di quel periodo.

I brasiliani avevano superato il girone eliminatorio con tre vittorie, battendo Cecoslovacchia, Inghilterra e Romania, prima di affrontare l'Uruguay in semifinale, vittoria per 3-1. La loro marcia fu inarrestabile, guidata da un CT visionario, Zagallo, che seppe trasformare un agglomerato di talenti in una macchina perfetta. Un contrasto netto con le nostre fatiche contro la Svezia (1-0), l'Uruguay (0-0) e Israele (0-0), prima della straordinaria battaglia con i tedeschi. La finale vide un Brasile in stato di grazia, che ci surclassò, mostrandoci un calcio di un'altra dimensione. Il gol di Carlos Alberto, frutto di un'azione corale che coinvolse quasi tutti i giocatori in campo, rimane una delle reti più iconiche della storia dei Mondiali. Un'espressione pura di quello che si definisce calcio totale, o forse, più semplicemente, la perfezione in campo. La finale, arbitrata dal tedesco orientale Rudi Glöckner, rimane nella mia memoria, e in quella di tanti, come l'apice di un'era calcistica.

Oggi, mentre i Mondiali di calcio continuano a evolversi – quest'anno, come tutti sanno, le finali vedono il Canada, il Messico e gli Stati Uniti d'America ospitare l'evento –, ricordare Messico '70 non è solo un esercizio di nostalgia. È riconoscere come alcune performance, alcuni campioni, alcune squadre, trascendano il tempo e le mode, ponendosi come punti di riferimento assoluti. Il Brasile del 1970 è un'opera d'arte in movimento, un paradigma che ogni generazione di calciatori e tifosi dovrebbe studiare e ammirare. È la dimostrazione che il calcio, nel suo picco espressivo, può essere poesia, dramma e trionfo insieme. Nonostante le delusioni passate, come il Mineirazo del 2014 per il Brasile, o la finale del '94 persa ai rigori per l'Italia, quei ricordi del 1970 brillano ancora di un fulgore ineguagliato.

Un'epoca d'oro, quella tra gli anni '60 e '70, che ha visto nascere e imporsi campioni capaci di lasciare un segno indelebile, come i miti delle Olimpiadi invernali o i grandi campioni di tutti gli sport menzionati dalla Gazzetta. E se le Olimpiadi moderne, con la loro lunga storia dal 1896, continuano a produrre nuovi eroi e record, il Mondiale messicano del 1970 resterà per sempre un capitolo a sé, un'impresa leggendaria che ancora oggi ci ricorda cosa significhi il vero spettacolo del calcio.

La Redazione


Fonti: Gazzetta dello Sport · Gazzetta dello Sport · Gazzetta dello Sport · Gazzetta dello Sport · Wikipedia · Wikipedia · Wikipedia · Wikipedia

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