Curaçao è ai Mondiali, l'Italia no: benvenuti nel circo di Infantino
Dalle 48 squadre al debutto di Curaçao: l'editoriale di Napoli 1926 analizza criticamente il nuovo formato del Mondiale voluto da Infantino tra logiche di potere e spettacolo a rischio.
Mettiamo subito in chiaro una cosa, perché è il filo che tiene insieme tutto il discorso: questo non è un Mondiale più grande. È un Mondiale più gonfio. E gonfio e grande sono due cose diverse, anche se chi ci guadagna fa di tutto per farvele sembrare la stessa.
Signore e signori, è ufficiale: il calcio mondiale è salvo. Anzi, è più grande, più bello, più inclusivo che mai. Lo dice la FIFA, e quando lo dice la FIFA c'è sempre da fidarsi ciecamente — come quando ci spiegò che il Mondiale invernale in Qatar era un'idea splendida, perché d'estate là fa caldo, chissà come mai.
Partiamo da un numero, uno solo, che da solo vale tutto il resto: per la prima volta nella storia il torneo si gioca con 48 squadre, in tre Paesi, per 104 partite in 39 giorni. Roba imponente, per carità. Poi però vai a leggere come funziona la prima fase, fai due conti — e a me i conti piace farli — e ti viene da ridere. Di quel riso amaro di chi ha appena scoperto che si giocano settantadue partite per eliminarne appena sedici.
Rileggetelo con calma, una parola alla volta. Settantadue partite. Per mandare a casa sedici squadre. Su quarantotto, ne passano trentadue. Tradotto in concreto: per farsi eliminare al primo turno di questo Mondiale ci vuole un talento speciale per il fallimento. Lo devi proprio volere. Devi arrivare ultimo, fare scena muta, e magari pure chiedere scusa. Passano le prime due di ciascuno dei dodici gironi più le otto migliori terze: una rete di salvataggio così larga che ci passerebbe comodamente pure l'Italia. Anzi, correggo: l'Italia no, quella non passa nemmeno con la rete tesa sotto e i pompieri pronti.
Il piatto forte: Germania-Curaçao, capolavoro del nostro tempo
Diamo un'occhiata al cartellone di questa prima, scintillante settimana. Nel Girone E la Germania, quattro Mondiali in bacheca, fa il suo ingresso trionfale contro Curaçao — la nazione più piccola di sempre a partecipare a una fase finale, con circa centocinquantaseimila abitanti. Centocinquantaseimila anime. Per darvi la misura: ci sono condomini a Napoli con più gente al citofono. Nel Girone H la Spagna campione d'Europa se la vede con Capo Verde, e a completare l'offerta culturale ecco il già leggendario Iran-Nuova Zelanda, una sfida che promette le stesse scintille di una coda alle Poste il primo del mese.
E qui faccio il serio per tre secondi, perché è giusto: Curaçao e Capo Verde sono storie bellissime, di calcio e di vita. Con loro non ce l'ha nessuno, ci mancherebbe. Il punto non sono mai loro. Il punto è chi le ha invitate alla festa, e soprattutto a spese di chi. Perché "Mondiale più globale" è una frase magnifica da stampare sulle magliette, ma sul prato verde le quarantotto squadre significano una cosa sola: meno qualità, meno gente sugli spalti, meno gente sul divano. La grande festa dell'inclusività rischia di trasformarsi nella più colossale sagra dello sbadiglio mai organizzata.
"Più soldi, più potere": ma va'?
E perché mai si è arrivati a una maratona del genere? Misteri della fede, direbbe l'anima candida. Ma chi è un filo meno ingenuo la risposta ce l'ha già pronta, e romantica non è per niente: il nuovo formato è una riforma fortemente voluta dalla FIFA, per soldi e per potere. Chi l'avrebbe mai immaginato.
E il meccanismo, qui, è di una furbizia che quasi commuove. Seguitemi, perché è semplice e geniale insieme. Il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a una valanga di nazioni che il Mondiale potevano soltanto sognarlo. E indovinate un po' chi sono? Sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso FIFA e che formano il consenso del presidente Infantino. Ogni federazione vale un voto, una alla pari dell'altra, dalla Germania all'atollo sperduto, e le federazioni sono duecentoundici. Regali un posto al Mondiale, ti porti a casa un voto. È democrazia, bellezza — quella particolare specie di democrazia in cui chi distribuisce le caramelle vince sempre le elezioni. E guarda la combinazione: proprio in vista del nuovo mandato, ecco la FIFA annunciare 2,7 miliardi di dollari da destinare a federazioni e confederazioni nei prossimi quattro anni. Pura generosità disinteressata, si capisce. Nessun rapporto con le urne, sia mai.
E non venitemi a dire che sono malignità di quattro tifosi rosiconi col mal di pancia. In Europa parecchie federazioni e dirigenti hanno messo nero su bianco le loro perplessità sull'espansione, temendo che i posti vengano distribuiti più per logiche politiche e commerciali che per merito. C'è chi l'ha definito senza giri di parole il più spettacolare allargamento della storia, una maratona buona solo ad abbassare il livello tecnico e lo spettacolo. Ma sì, dettagli da pignoli.
La domanda da un miliardo di telespettatori (che non guardano)
E adesso arriviamo al punto che dovrebbe far rizzare le antenne a chiunque sappia tenere insieme due numeri. Se l'allargamento doveva "aprire nuovi mercati" e "globalizzare il pallone", una domandina nasce spontanea, gentile gentile: ma quali mercati, di grazia?
Perché al Mondiale 2026 non c'è l'India. Non c'è la Cina. Da sole fanno quasi tre miliardi di persone — il sogno proibito di ogni sponsor sulla faccia della Terra. Non c'è la Nigeria, colosso africano caduto contro la DR Congo. Non c'è l'Italia, che resta uno dei mercati di tifosi e di diritti TV più ricchi del pianeta. E al posto loro chi ci hanno messo? Curaçao, centocinquantaseimila abitanti. Capo Verde, mezzo milione. E nelle ultime edizioni il Qatar. Un affarone, non c'è che dire. Hanno barattato platee da miliardi di spettatori con isole che non riempirebbero il Maradona nemmeno per un derby di Terza Categoria, e tutto questo lo chiamano "espansione". È cresciuto in larghezza e dimagrito in sostanza: più bandierine sull'atlante, meno gente sul divano. Più partite, meno voglia di guardarne anche solo una.
CONCACAF: sei posti, e nessuno sa bene perché
Capitolo a parte per la confederazione di casa, che si è servita da sola con una generosità toccante. La CONCACAF porta al Mondiale sei squadre: Canada, Messico e Stati Uniti dentro d'ufficio come Paesi ospitanti, più tre posti diretti con relativi spareggi. Sei. Da una zona che, tolte le imprese del Messico in casa propria mezzo secolo fa, nelle competizioni internazionali ha lasciato il segno più o meno come una matita senza punta. E quest'anno schiera gioielli del calibro di Haiti, alla prima qualificazione dal 1974, e Curaçao, debuttante assoluta.
Il criterio, intendiamoci, esiste ed è pure scritto nero su bianco: col nuovo formato il Nord e Centro America guadagna posti, l'Europa sale da 13 a 16, l'Africa cresce di quattro unità. Peccato che "scritto nel regolamento" e "meritato sul campo" siano da queste parti due concetti che non si rivolgono la parola da anni. Sei slot a chi vince qualcosa una volta ogni morte di papa, e l'Europa — che fornisce praticamente tutte le squadre che il Mondiale poi lo alzano davvero — tenuta col tappo a sedici. Perché? Perché i voti, amici miei. Sempre e soltanto i voti.
Il disastro Italia, con tanto di pernacchia presidenziale
E poi, in fondo all'aula, dietro la lavagna, ci siamo noi. Gli azzurri. Quattro stelle cucite sul petto e fuori dal Mondiale per la terza volta di fila, eliminati dalla Bosnia ai rigori. In un torneo dove qualificarsi era più facile che mai — sedici posti europei, restare fuori richiedeva applicazione e sacrificio — noi ci siamo riusciti lo stesso. Quasi un talento al contrario.
E come se non bastasse la frittata, il capo del baraccone ci ha pure sbeffeggiati in mondovisione. Davanti alle telecamere brasiliane, Infantino sorridente: se passassimo a 64 squadre, forse l'Italia si qualificherebbe; anzi, potremmo arrivare a 208, così da essere matematicamente certi della sua presenza. Esilarante, presidente, davvero. Una battuta che ha fatto saltare sulla sedia la FIGC e ha spinto il ministro Abodi a chiedere chiarimenti. Solo che, detta dall'uomo che ha costruito un Mondiale dove c'è Curaçao e non c'è l'Italia, fa lo stesso effetto di chi prima ti dà fuoco alla casa e poi ride di te perché batti i denti dal freddo. E attenzione, perché il bis è già sul fuoco: la FIFA ha discusso ufficialmente l'ipotesi di portare i Mondiali 2030 da 48 a 64 squadre, con la nobile scusa del centenario. Sessantaquattro. Poi venitemi a parlare di spettacolo.
I nostri al Mondiale: cinque azzurri (di Napoli) e zero azzurri (d'Italia)
Eppure, paradosso dei paradossi, una rappresentanza italiana al Mondiale ci sarà lo stesso. Solo che non gioca per l'Italia: gioca per il Napoli. Saranno infatti quattro i campioni d'Italia in campo — De Bruyne e Lukaku con il Belgio, McTominay con la Scozia, Olivera con l'Uruguay — e c'è pure chi ci aggiunge Lang con l'Olanda, portando il club partenopeo a cinque rappresentanti sparpagliati per il continente. Più Vincenzo Montella in panchina con la Turchia e Fabio Cannavaro commissario tecnico dell'Uzbekistan, perché quando c'è da esportare talento, Napoli non si fa mancare niente.
Le aspettative, qui mi tocca separare i casi uno per uno, perché vanno dal sogno alla terapia intensiva.
Partiamo dal migliore senza esitazioni: Scott McTominay. Dopo aver trascinato il Napoli allo scudetto si presenta al Mondiale da titolare fisso e bandiera della Scozia, dieci reti in campionato, uno dei più in forma e attesi dell'intera manifestazione. La Scozia è capitata nel girone con Brasile, Marocco e Haiti, e col nuovo formato salva-tutti basta non arrivare ultimi per restare in corsa. La brutta notizia, però, è di quelle pesanti: la Scozia ha perso per infortunio Gilmour, l'altro azzurro, e così l'intero peso della baracca finisce sulle spalle di Scott. Insomma, parte per le vacanze americane e si ritrova a fare l'Atlante, a reggere una nazionale da solo. Buon divertimento, ragazzo mio.
Poi i due belgi, e qui il discorso si fa delicato, perché bisogna essere onesti. De Bruyne e Lukaku arrivano da una stagione che definire travagliata è un atto di carità: infortuni a ripetizione per entrambi. E su Big Rom i cronisti non hanno fatto sconti, giustamente: arriva al Mondiale senza aver praticamente mai giocato in stagione, eppure Garcia non ha voluto rinunciarci. Il Belgio è nel girone con Egitto, Iran e Nuova Zelanda — sì, proprio quell'Iran-Nuova Zelanda da brivido. Le aspettative realistiche? Che De Bruyne si ricordi dov'è la porta avversaria e che Lukaku si ricordi com'è fatto un pallone. Il girone è morbido come un materasso, il passaggio del turno con questa rete di salvataggio è quasi un atto dovuto; tutto il punto interrogativo sta in che condizione fisica ci arriveranno. E quella, oggi, non la sa nessuno.
E infine Mathías Olivera, finito con l'Uruguay nel gruppo con Spagna, Arabia Saudita e Capo Verde. La Celeste è solida, e lui pure: probabilmente è il nostro azzurro con il cammino più sereno, quello che rischia di andare più lontano facendo meno rumore di tutti. Il classico che non ti aspetti e che a fine torneo ti ritrovi ai quarti senza che te ne sia quasi accorto.
In sintesi, da tifosi
Allora, ricapitoliamo per noi che il calcio lo amiamo davvero e non lo contiamo a bandierine sull'atlante. L'Italia, quattro volte campione del mondo, guarderà il Mondiale comodamente dal divano per la terza volta di fila. Ma noi del Napoli, almeno, qualcuno da tifare ce l'abbiamo: McTominay che si carica la Scozia sulle spalle, De Bruyne e Lukaku che provano a rimettere insieme i cocci di una stagione maledetta, Olivera che cammina in silenzio verso chissà dove. Cinque pezzi del nostro scudetto, sparsi per l'America.
Il resto è un torneo gonfiato come un palloncino alla festa di compleanno: bellissimo finché sta appeso, ma basta uno spillo — un Germania-Curaçao alle tre di notte fuso orario nostro — per sentirlo afflosciare con quel suono triste. Settantadue partite per eliminarne sedici, mercati da miliardi rimpiazzati da isolette, posti distribuiti col bilancino dei voti. Più che la Coppa del Mondo, somiglia alla campagna elettorale di un signore svizzero che oggi lavora dalla Trump Tower e ride dell'Italia dalla finestra.
Noi, intanto, facciamo il tifo per gli azzurri. Quelli veri. Quelli di Napoli.
Forza ragazzi. E mi raccomando McTominay: non ti fare male, che a settembre ci servi.