Cinque che possono vincerlo. E perché non lo vinceranno

Diciamolo subito, senza ipocrisie: a vincere il Mondiale, di solito, sono sempre gli stessi sei o sette. Francia, Brasile, Argentina, Germania, Spagna, Inghilterra. La storia la scrivono loro, e quasi sempre la finale è roba di famiglia. Ma il calcio, ogni tanto, si diverte a scollarsi dalle abitudini. La Croazia in finale nel 2018, il Marocco in semifinale nel 2022. E adesso, con questo Mondiale a quarantotto squadre, una fase a eliminazione diretta più lunga e più trappole per tutti, le occasioni di vedere saltare il banco si moltiplicano. Quindi mettiamoci comodi e proviamo a fare i conti: cinque nazionali che non sono le solite favorite e che potrebbero, dico potrebbero, arrivare in fondo. Con il solito esercizio di onestà: perché possono farcela, perché probabilmente non ce la faranno, e soprattutto cosa significherebbe se ci riuscissero.
Portogallo
Perché può vincerlo. Perché ha una batteria di trequartisti e attaccanti che fa paura a chiunque, una generazione di altissimo profilo che da anni promette e ogni tanto mantiene. È una di quelle rose che, se si incastra al momento giusto, le batte tutte. E sul groppone si porta l'ultimo, eterno Cristiano Ronaldo, al suo sesto Mondiale: il copione perfetto per una sceneggiatura di addio leggendario.
Perché non lo vincerà. Perché il Portogallo è la squadra delle occasioni mancate per definizione. Tanto talento, poca cattiveria nelle partite che contano. E l'avvio in questo torneo non rassicura: l'1-1 col Congo all'esordio l'ha già messo dietro la Colombia nel girone. Quando un fenomeno individuale serve, non sempre arriva.
Cosa significherebbe. Sarebbe la consacrazione di una generazione d'oro che finora ha vinto solo un Europeo quasi per caso, e il congedo perfetto per CR7. Per il calcio mondiale, la conferma che il talento puro, prima o poi, un premio se lo prende.
Olanda
Perché può vincerla. Perché inserire l'Olanda tra le outsider è quasi un paradosso: gli Oranje sono una presenza fissa ai piani alti, hanno una rosa giovane ma già rodata a livello internazionale, e un'idea di gioco che è nel loro DNA. Sono la classica mina vagante che nessuno vuole incrociare prima del previsto.
Perché non la vincerà. Perché l'Olanda, e qui la storia è impietosa, è la più grande incompiuta della storia di questo sport: tre finali, zero titoli. C'è una maledizione che si ripete. E l'avvio lo conferma: 2-2 col Giappone, due gol incassati, già seconda dietro la Svezia. La solita Olanda che incanta e poi inciampa.
Cosa significherebbe. Sarebbe la fine della più dolorosa attesa del calcio: il totaalvoetbal che finalmente alza la coppa che gli è sempre sfuggita. Una specie di giustizia poetica per Cruijff e per tutti gli olandesi mai premiati.
Marocco
Perché può vincerlo. Perché non è più una sorpresa, è una realtà. Dopo la semifinale del 2022 ha dimostrato di poter competere stabilmente con le migliori del pianeta. Solidità, organizzazione, individualità di livello europeo, e una fame che alle big spesso manca. All'esordio ha fermato il Brasile di Ancelotti sull'1-1, mica un dettaglio.
Perché non lo vincerà. Perché un conto è la magia di un torneo, un altro è ripeterla due volte di fila contro le corazzate. Per andare fino in fondo servirà battere tre o quattro mostri sacri di seguito, e statisticamente prima o poi il muro cede.
Cosa significherebbe. Sarebbe la prima nazionale africana (e araba) a vincere un Mondiale. Un terremoto geopolitico-sportivo, la dimostrazione definitiva che il monopolio euro-sudamericano si è spezzato. Forse la cosa più importante che potrebbe capitare a questo torneo.
Colombia
Perché può vincerla. Perché abbina tecnica e intensità come poche, ha trovato continuità ed è partita fortissimo: 3-1 all'Uzbekistan all'esordio, prima nel suo girone, davanti al Portogallo. Ha individualità in grado di decidere le partite da sole e quella spavalderia sudamericana che nei tornei lunghi pesa.
Perché non la vincerà. Perché alla Colombia, storicamente, manca l'ultimo gradino: bellissima da vedere, fragile nei momenti che contano davvero. Quando il livello si alza ai quarti e oltre, le serve una solidità che non sempre ha mostrato.
Cosa significherebbe. Sarebbe il terzo nome sudamericano nell'albo d'oro insieme a Brasile, Argentina e Uruguay. Per un Paese che ha sofferto tanto fuori dal campo, sarebbe molto più di una coppa: sarebbe un riscatto nazionale.
Norvegia
Perché può vincerla. Per una ragione in due parole: Erling Haaland. Più Odegaard alla regia. Una qualità offensiva capace di mettere in crisi chiunque, come ha già fatto travolgendo l'Iraq 4-1 con doppietta del suo centravanti. Quando hai la macchina da gol più devastante del mondo, in un torneo a eliminazione diretta puoi sognare.
Perché non la vincerà. Perché un Mondiale non si vince in due. Dietro le stelle, la Norvegia ha una rosa corta, poca esperienza nelle fasi decisive di un grande torneo (manca da una vita) e una struttura difensiva che non incute lo stesso timore. I fenomeni bastano nelle singole partite, non in sette di fila.
Cosa significherebbe. Sarebbe la favola più clamorosa di tutte: un Paese senza tradizione mondiale che vince grazie a una generazione irripetibile. La prova che, ogni tanto, basta un genio per ribaltare un secolo di gerarchie.
E allora?
Qui di solito si chiude dicendo che vincerà la solita big, che le outsider sono belle proprio perché perdono, che il sogno è bello finché dura. E in gran parte è vero: se dovessi scommettere il caffè, lo metterei su Francia o Argentina senza pensarci troppo.
Però lasciatemi fare il bastian contrario con me stesso, perché è la cosa più onesta. Tutte le ragioni per cui queste cinque "non vinceranno" sono le stesse ragioni che dicevamo del Marocco nel 2022, della Croazia nel 2018, della Grecia campione d'Europa nel 2004. Le gerarchie esistono finché qualcuno non le rompe, e quel qualcuno parte sempre dato per perdente. Con quarantotto squadre e un tabellone più lungo, la probabilità che una di queste cinque arrivi almeno in semifinale non è un'illusione da romantici: è quasi un'aspettativa statistica.
Il bello è proprio questo. Una di loro, là in fondo, ci arriverà. Quale, non lo so. Ma il giorno in cui una nazionale che non ha mai vinto niente solleva quella coppa, il calcio diventa di nuovo lo sport che ci ha fatto innamorare da bambini: quello dove, ogni tanto, Davide tira fuori la fionda e Golia casca per davvero.
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