Cent'anni, o forse no: la verità sul giorno in cui nacque il Napoli
Il Napoli compie cent'anni? Un viaggio emozionante tra i pionieri inglesi al Mandracchio e i primi campetti polverosi per scoprire la vera data di nascita del calcio a Napoli, oltre il mito del 1926.

Quest'anno il Napoli compie cent'anni. Lo dicono le bandiere, lo dicono i tatuaggi sulla pelle di mezza città, lo dice pure il club: 1926. E io, da rompiscatole di professione, devo proprio cominciare l'anno del centenario rovinando la festa. Perché quella data, il primo agosto 1926, è sbagliata due volte: sbagliata nel giorno e sbagliata nell'anno. Ma calma, non è una bestemmia. È una storia bellissima, e per raccontarla bene bisogna partire da molto prima del pallone, da quando a Napoli il calcio non lo seguiva nessuno perché manco sapevano cosa fosse.
Facciamo un salto indietro, ai primissimi anni del Novecento. Il calcio a Napoli non lo portano i napoletani: lo portano gli inglesi. Marinai e impiegati delle compagnie di navigazione che, sbarcati al porto, si mettevano a tirare calci a un pallone in un posto che oggi non esiste più: il Mandracchio, un fazzoletto di fango e sudiciume vicino agli scali, malfamato quanto basta. Lì questi signori biondi aspettavano l'attracco delle navi straniere per sfidare gli equipaggi a "foot-ball". Tra i pionieri c'è un certo William Poths, impiegato inglese che si vantava di essere stato una gloria del Genoa e che diventò il capitano di quella che sarebbe passata alla storia come la prima squadra cittadina.
E qui viene il bello, perché il calcio a Napoli nasce come la cosa più democratica del mondo, e insieme più scandalosa. In quel campetto di sterpaglie, raccontano le cronache, perdevano tutti l'identità: il manovale passava la palla all'operaio, lo scribacchino parava il tiro al marinaio inglese. Una specie di Fight Club del pallone. Il popolino accorse, ma non per tifare: per ridere. Le donne urlavano scandalizzate vedendo uomini a torso nudo che si rincorrevano dietro a un oggetto che rotolava, e il primo "pubblico" della storia calcistica napoletana fu in realtà un pubblico di contestatori, che tiravano sputi, battute e frutta marcia. I giocatori, pur di non rinunciare al loro passatempo, dovettero traslocare: dal Mandracchio al Campo di Marte di Capodichino — un'ex spianata per le parate militari borboniche, che decenni dopo sarebbe diventata l'aeroporto — e poi su altri campetti polverosi tra Bagnoli, Agnano e il Poligono di tiro. I posti a sedere costavano cinquanta centesimi, e servivano a pagare le maglie e i palloni. Tutto qui.
La prima vera squadra ufficiale, il Naples Foot-Ball & Cricket Club, nasce attorno al 1905, e da subito è un affare di gente curiosa e benestante. C'è un dettaglio che adoro: tra i primi a giocare ci sono i fratelli Scarfoglio, figli di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, cioè i fondatori del Mattino. Praticamente il calcio a Napoli nasce anche dentro le famiglie che il giornalismo lo inventavano. La maglia era azzurra a righe bianche, e quel Naples si fece un nome battendo i marinai-calciatori della nave Arabik, gli stessi che avevano travolto il Genoa, all'epoca la squadra più forte d'Italia. L'eco di quell'impresa fece il giro della penisola: il Sud, per una volta, si faceva sentire. Poi, nel 1911, la componente straniera si staccò e fondò l'Internazionale Napoli. Due squadre cugine e rivali, finché nel 1922 — tenetevi questa data — si fusero nell'Internaples Foot-Ball Club, sotto la presidenza di Emilio Reale, l'uomo che scelse l'azzurro.
E adesso veniamo al dunque, al perché di tutto questo papocchio sulle date. Negli anni Venti il calcio del Sud era trattato da parente povero: lo scudetto era roba del triangolo industriale del Nord, i campionati erano separati tra settentrionali e meridionali, e la finalissima tra le due era una formalità che tutti sapevano come sarebbe finita. Sul piano sportivo, una vergogna. Poi arriva il Fascismo, che dello sport voleva fare una vetrina, e con la Carta di Viareggio dell'agosto 1926 riorganizza tutto: nasce finalmente un campionato unico, la Divisione Nazionale, dove per la prima volta Nord e Sud giocano insieme. Per Napoli è la grande occasione. C'è però una condizione, una di quelle che fanno capire l'aria del tempo: a Mussolini gli anglicismi davano fastidio. E "Internazionale-Naples" era un nome doppiamente indigesto. Così il presidente di allora, il giovane industriale tessile Giorgio Ascarelli — che aveva ereditato la carica da Reale nel 1925 — si trovò di fatto costretto a italianizzare il nome. Da Internaples ad Associazione Calcio Napoli.
Ecco perché chi studia le carte dice, con ragione, che il Napoli non è "nato" nel 1926: è stato semplicemente ribattezzato. La società esisteva già dal 1922, con gli stessi giocatori, gli stessi dirigenti, la stessa anima. Pensate che per tutto l'agosto del '26 i giornali continuarono a chiamarlo Internaples, e che campioni come il mitico Attila Sallustro giocavano in quei colori già da anni. Insomma, sul piano della storia vera, il Napoli di anni ne avrebbe più di cento.
E il primo agosto? Quella è la chicca finale. La data esatta del cambio di nome non fu il primo agosto, ma il 25 agosto 1926, in un'assemblea dei soci tenuta a Palazzo Mastelloni, a piazza Carità. In quell'occasione Ascarelli pronunciò una frase che dovrebbe stare scolpita da qualche parte: pur grato a chi era stato la loro matrice, propose un nome nuovo, "nuovo e antico come la terra che ci tiene". Il primo agosto, a quanto pare, è frutto di un errore: una data trascritta male da qualche cronista dell'epoca e poi ripetuta a cascata per decenni, fino a diventare verità ufficiale e perfino inchiostro sulla pelle dei tifosi. Una svista diventata leggenda.
Ora, qui faccio il mio solito giochetto di contraddirmi da solo, perché è giusto così. Da una parte la verità storica è quella che ho raccontato: 1922, e 25 agosto. Dall'altra, vi confesso che non me la sento di andare a dire a un tifoso che si è tatuato il 1926 sul braccio che ha sbagliato anno. Perché le date di fondazione, in fondo, non sono solo questione di archivi: sono questione di racconto condiviso, di quando una comunità decide di dire "da qui comincio io". E il 1926, con quel campionato unico che per la prima volta mise il Sud allo stesso tavolo del Nord, una sua dignità simbolica ce l'ha eccome. Fu lì che il Napoli smise di essere una faccenda di marinai inglesi e ragazzi di buona famiglia e diventò la squadra di una città intera.
Per chiudere, un'ultima curiosità da centenario, che spiega meglio di mille discorsi chi eravamo. Il primo simbolo del Napoli non era il ciuccio: era il Corsiero del Sole, il cavallo sfrenato emblema della città fin dai tempi antichi, fiero e indomito. Fu solo dopo le prime stagioni disastrose — il debutto fu un 9-0 incassato dall'Alba Roma, roba da non dormirci la notte — che un giornale satirico napoletano, per sfottò, trasformò quel cavallo nobile in un ciuccio. E noi, da gente che sa ridere di sé meglio di chiunque altro, ce lo siamo tenuti, l'asino, facendone una bandiera. Cento anni dopo, comunque la vogliate datare, mi pare il riassunto perfetto di cosa significhi essere napoletani: prendere uno sfottò e trasformarlo in orgoglio. Auguri Napoli, a qualunque età tu abbia davvero.
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