Cantastorie, Giornalisti e Giornalai

C'è una verità che a Napoli nessuno vuole dire, e siccome a dirla devo essere io, la dico subito: il problema del tifoso napoletano non è la squadra. È chi gliela racconta. Perché qui le partite non si guardano, si ascoltano, si commentano, si processano in tribunale popolare la mattina dopo da gente che del campo ha visto sì e no la zolla. Ne ho contati una ventina, di questi cantastorie. Ve li servo uno per uno. Senza tovagliolo.
Carlo Alvino. Per anni il bollettino di guerra ufficiale, embedded con la società al punto che Cruciani gli diagnosticò "l'ossessione della Juve", e non era un'offesa: era una cartella clinica. Quando il Napoli vince c'è il progetto, quando perde ci sono gli arbitri, la Lega, il Nord, la luna storta. Su X non dorme mai. Il guaio è che un giornalista che ha sempre una sola colpevole pronta, e non è mai la squadra, alla lunga lo prendi come uno che fa il tifo travestito da analisi. E infatti.
Paolo Del Genio. Kiss Kiss dalle sei alle sette, Canale 8 di sera. Memoria storica vera, competente sulla moviola come pochi, e proprio per questo capace di trasformarti un fuorigioco in un trattato di geometria sabauda. Lo tolsero pure dalle radiocronache, e c'è chi giura fosse per i post troppo velenosi contro De Laurentiis. Da fedelissimo a bastian contrario il passo è stato breve: oggi ti dice che è "una presa per i fondelli" considerare il Napoli favorito. Il punto è che quando uno sa tutto, pretende pure che tu stia zitto. E lì casca.
Umberto Chiariello. Il "Punto Chiaro" su Radio CRC, che chiaro non finisce mai perché dura come una messa cantata. Si è autonominato paladino del "diritto di critica", arrivando a litigare col Sindacato dei Giornalisti della Campania. A maggio ha definito il gioco del Napoli "indecente" salvando però Conte, perché lui salva sempre qualcuno e ne impicca un altro nello stesso editoriale. De Laurentiis ai tempi di Cavani lo minacciò di querela. Per qualcuno è coraggio. Per me è uno che si ascolta parlare e trova l'oratore bravissimo.
Raffaele Auriemma. La voce del melodramma. Ti racconta un'amichevole di luglio come la caduta di Costantinopoli. Tifoso col tesserino, passa dall'innamoramento al tradimento nel giro di novanta minuti, come un fidanzato geloso che ha letto male un messaggio. Quando si emoziona in telecronaca, si emoziona per due. E noi a casa per zero.
Valter De Maggio. "Radio Goal", l'uomo del mercato urlato. Annuncia il colpo con la solennità del conclave, e quando il colpo non si fa nessuno glielo ricorda, perché domani c'è un altro nome da annunciare con la stessa faccia. Generoso di decibel, avaro di smentite.
Enrico Fedele. Qui non sono io a essere cattivo, è il web ad averlo già crocifisso: esiste una pagina satirica intitolata "Enrico Fedele che dice cose", che lo accusa di non azzeccare una previsione dal 1998 e di avere "talento purissimo nel perdere giocatori". L'ex dirigente del Parma d'oro oggi sentenzia a Radio Marte, quasi sempre contro il Napoli, con la sicurezza di chi nello spogliatoio c'è stato quarant'anni fa e da allora non è più uscito. Quando ha ragione nessuno se lo ricorda. Quando sbaglia diventa meme. Statisticamente, fa più meme.
Francesco Montervino. L'ex capitano diventato professore di tattica: Canale 8, Radio Tutto Napoli, TMW. Quello che ti spiega che "il play non mette in porta l'attaccante" con la catena dei passaggi disegnata a parole. Coraggioso, va detto: dice che il gioco non gli piace anche quando il Napoli vince. Il rischio è la cattedra: a furia di spiegarti il calcio dall'alto, ogni tanto dimentica che la gente la domenica vuole esultare, non prendere appunti.
Salvatore Caiazza. De Il Roma, voce di Canale 8 e Radio Tutto Napoli. Da non confondere con l'altro Caiazza, quello serio della Rai che scrive di Balcani. Il nostro è il poeta della stroncatura da bar: disse che Gilmour "sembrava un bambino all'Edenlandia che non sapeva se andarsi a comprare una graffa" e che Neres era "un mezzo pacco". Fa ridere, certo. Poi però l'analisi è tutta lì, nella battuta. Finita la graffa, finito il pezzo.
Silver Mele. Canale 8, vent'anni di etere campano, ex tennista, fa le dirette in bicicletta. Ah, e tifa Toro. Si vende come quello che "racconta sempre la verità" e che per questo "è stato penalizzato in carriera", la trovata retorica più vecchia del mondo, quella del martire della verità in un panorama di venduti che, guarda caso, sono sempre gli altri. Si diverte un mondo a sfottere i juventini che telefonano. Personaggio prima che giornalista, e lo sa benissimo.
Ciro Troise. Corriere del Mezzogiorno, Televomero, Radio Tutto Napoli. Il moderato della compagnia, quello del "fallimento è una parola esagerata" e delle "critiche eccessive". Informato sul mercato, equilibrato sul serio. Difetto: l'equilibrio a Napoli è un superpotere e una condanna. A furia di non sbilanciarsi mai, rischi di non dire mai niente che resti. Onesto, prezioso, dimenticabile.
Gianluca Monti. Ex Gazzetta, oggi più comunicatore che cronista, ha curato la comunicazione di società e personaggi, persino chef stellati. Penna di mestiere, carriera vera. Ma uno che è passato dall'altra parte, quella degli uffici stampa, quando torna a commentare porta sempre con sé il dubbio: parla il giornalista o l'addetto ai lavori che sa da che parte sta il pane? Legittimo. Però il dubbio resta.
Antonio Corbo. Il decano, la firma storica di Repubblica Napoli. Scrive di calcio come fosse politica e stronca De Laurentiis con un aggettivo solo, di quelli che pesano. A volte è l'unico adulto nella stanza. A volte è l'adulto che ti spiega che ai suoi tempi si stava peggio ma si ragionava meglio, e tu non sai se annuire o scappare. Monumento. Coi piccioni sopra, ogni tanto.
Mimmo Carratelli. La penna nobile del Napolista, nostalgico delle linotype e delle rotative, ironia colta e riferimenti che metà lettori devono cercare su Google. Scrive benissimo. Il problema, e lo dico con rispetto, è che a volte il pezzo è più bello della partita, e tu finisci per ammirare la prosa avendo dimenticato chi ha vinto. Letteratura applicata al pallone. Sublime e leggermente inutile.
Anna Trieste. Voce sanguigna, popolare, passa dall'invettiva alla tenerezza in una riga. Inserita d'ufficio tra quelli che hanno un'opinione "con puntualità svizzera" su qualsiasi cosa accada in casa Napoli. Divide: o la senti come voce di curva autentica, o come personaggio costruito a tavolino. Almeno cambia il timbro in un coro di maschi sopra i sessanta. Che di questi tempi è già un merito.
E poi c'è il Napolista. Già, perché qui non parliamo di una penna sola, parliamo di una chiesa con tanto di dottrina. Lo fondarono nel 2010 Massimiliano Gallo e Fabrizio d'Esposito, e la linea è una sola, dichiarata senza vergogna: garantismo, niente piagnistei, e soprattutto De Laurentiis ha ragione quasi sempre. Il direttore Gallo lo ha detto chiaro: il loro apprezzamento per De Laurentiis è contestato dalla tifoseria. Tradotto: hanno fatto dell'essere controcorrente un marchio, e va benissimo finché è pensiero, un filo meno quando diventa catechismo. d'Esposito, oggi al Fatto, torna per le pagelle a doppia voce con Ilaria Puglia. Alfonso Fasano fa la tattica, quella seria, la parte migliore. Gianni Montieri la rubrica d'autore. Francesca Leva tiene in piedi la baracca. Sono bravi, scrivono meglio di tutti gli altri messi insieme, e questo è esattamente il problema: sono così convinti di essere gli unici intelligenti in una città di scemi emotivi che ogni tanto dimenticano che pure il tifoso emotivo, quello che si dispera per un rigore negato, ha capito il calcio. L'ha solo capito col cuore invece che con la nota a piè di pagina. E a volte ci prende prima lui.
La verità, e chiudo, è questa. A Napoli non mancano le voci. Ne abbiamo troppe, e quasi tutte sanno già come finisce la partita prima del fischio d'inizio. Chi tifa la dà vinta, chi rosica la dà persa, chi fa il raffinato la dà incomprensibile ai più. In mezzo restano due o tre che provano a guardare il campo invece della bandiera, o del proprio ombelico. Quelli, di solito, parlano poco e li invitano ancora meno. Sarà un caso.
I voti, perché lo so che li volete
E adesso le pagelle, che a Napoli è l'unica cosa che si legge davvero. Due numeri per ciascuno, da 1 a 10. Il primo è l'affidabilità sulle notizie: quanto puoi credere a quello che ti raccontano su mercato e fatti. Il secondo è il gradimento del pubblico: quanto la piazza li ama o li sopporta. Ho fatto la media tra chi li venera e chi li blocca. E ho calcato la mano dove serviva.
Carlo Alvino. Affidabilità 6, gradimento 5. Le fonti societarie ce le ha, ma la faziosità gli mangia la credibilità: quando sai già che darà sempre la colpa agli altri, le sue notizie le leggi con un occhio solo. Piazza spaccata a metà esatta.
Paolo Del Genio. Affidabilità 7, gradimento 7. Preciso, preparato, raramente spara fesserie. Da quando bastona pure la società si è ripreso quelli che lo accusavano di essere il megafono di ADL. Uno dei pochi che alza la media.
Umberto Chiariello. Affidabilità 5, gradimento 5. L'editoriale è il suo mestiere, la notizia no, e si vede. Logorroico e innamorato della propria voce: o lo adori o cambi frequenza. Pochissime vie di mezzo.
Raffaele Auriemma. Affidabilità 4, gradimento 6. L'enfasi gli annebbia i fatti, e un cronista che piange su un'amichevole sui dettagli ci fai poco affidamento. Però la passione paga al botteghino: la pancia della piazza lo ama.
Valter De Maggio. Affidabilità 4, gradimento 5. Mercato urlato e tanti annunci che restano annunci. Simpatico, sì, credibile sui nomi, molto meno. Il conclave a vuoto alla lunga stanca.
Enrico Fedele. Affidabilità 2, gradimento 3. Il web lo ha già condannato e io non aggiungo pietà: previsioni sbagliate diventate folklore e una pagina satirica che lo perseguita. Lo si ascolta per ridere, non per sapere. Bocciato senza appello.
Francesco Montervino. Affidabilità 7, gradimento 6. Competenza tattica vera, da uno che il campo l'ha calpestato da capitano. Troppo cattedratico per il tifoso da curva, ma rispettato da chi vuole capire davvero. Promosso.
Salvatore Caiazza. Affidabilità 4, gradimento 6. La battuta pittoresca fa spettacolo, l'analisi resta nella graffa. Diverte parecchio, informa pochino. Il pubblico lo premia per le risate, non per i contenuti.
Silver Mele. Affidabilità 4, gradimento 5. Personaggio più che fonte, e la retorica del martire della verità affascina solo i fedelissimi. Gli altri restano tiepidi. Cult di nicchia, niente di più.
Ciro Troise. Affidabilità 8, gradimento 6. Tra i più informati e seri sul mercato, raramente lo becchi in fallo. L'equilibrio lo rende preziosissimo e dimenticabile insieme: voto alto meritato, ma non scalderà mai uno stadio.
Gianluca Monti. Affidabilità 6, gradimento 5. Mestiere e carriera non si discutono, ma il doppio cappello giornalista-comunicatore lascia il dubbio addosso. Stimato dagli addetti ai lavori, freddo per la piazza.
Antonio Corbo. Affidabilità 8, gradimento 6. Autorevolezza da decano, analisi che lasciano il segno. Diviso tra chi lo tratta da monumento e chi lo trova datato e con la puzza sotto al naso. Il voto alto se l'è guadagnato in cinquant'anni.
Mimmo Carratelli. Affidabilità 7, gradimento 6. Sui fatti è solido, ma il suo mestiere è la prosa, non lo scoop. Adorato dai palati fini, lontano dal tifoso da bar che vuole il nome del terzino, non Proust.
Anna Trieste. Affidabilità 4, gradimento 6. Opinione pura, notizia quasi mai. Divide tra voce di curva autentica e personaggio da copione. Ma porta un timbro diverso, e questo il pubblico glielo riconosce.
Il Napolista. Affidabilità 7, gradimento 4. Scrivono meglio di chiunque e il garantismo è coerente, gli va dato. Ma la linea filo-De Laurentiis e quel tono da unici lucidi in una città di emotivi gli aliena mezza piazza: li rispettano, non li amano. Il gradimento basso è un autogol, non un caso.
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